“E m’accade talvolta, per imprigionare un pensiero difficile e indocile che vuole
isfuggirmi e deludermi, m’accade di spessire la mia materia verbale come
quell’ambra che imprigiona la pecchia”
Questa citazione di Gabriele D’Annunzio la userei per provare a spiegare quanto mi succede a volte mentre mi accingo a scrivere i post per il blog. Ho anch’io dei “pensieri difficili” e cerco di bloccarli e di imprigionarli nella stesura di un articolo con l’intenzione di trasmettere quello che vorrei dire. Ma il pensiero è difficile come la sua “indocilità”, perché il pensiero è veloce e sfugge e si ritira e si rimostra e poi ancora gioca a nascondino e si diverte un mondo a prendermi in giro.
Dunque rifletto, poi gli giro intorno poi mi arrendo e scrivo quello che mi viene in mente e si traduce in segni, qui. Ma sono consapevole che non trattiene nessuna “pecchia”, ma col tempo svapora e diventa humus, idee rapprese e immateriali. Ma come si fa ad “ispessire la materia verbale”? Trovando le parole giuste, formando frasi, dando un senso al pensiero che fugge, che si nasconde, che scompare e riappare e poi fatica a fissarsi sulla pagina bianca.
Ma, una volta fissato e imprigionato, come l’ape (la pecchia) nell’ambra, rimane lì a testimoniare una ricerca d’espressione e fissazione di un pensiero che fugge. E allora ci provo a fermarlo, ci provo a dire quello che il pensiero non vorrebbe dire, quello che rifugge dal dire o sfugge per non dirlo.
“La verità vi renderà liberi” diceva Gesù. Liberandomi dai pensieri “difficili” mi sento più libera? Si, perché in fondo sono io il pensiero che fugge. Fuggo da me e dai miei pensieri perché essi sono la “mia” verità e la pagina bianca li accoglie e in qualche modo mi libera da loro.
Da bambina chiedevo a mia madre o al nonno di dirmi la verità. Ma io non avevo un’ idea chiara di che cosa fosse la verità, ma intuivo che era una cosa importante e loro la volevano sempre da me quando tornavo a casa con qualche bozzo e mi chiedevano se mi ero arrampicata da qualche parte, tipo il cornicione (esterno) del cavalcavia… Davanti ad una bambina che vuole sapere la verità cosa si può rispondere se non raccontando la verità? Mi sono chiesta molte volte del perché spesso loro rimanessero quasi indifferenti alle mie richieste, o, almeno , questa era l’impressione che ne ricevevo. Questo è un pensiero fuggente e “difficile”, questo è il pensiero che vorrei imprigionare nell’ambra: la mia ricerca che dura da sempre della verità.
Il nonno parlava poco, molto poco e sorrideva quando gli facevo domande alle quali aveva difficoltà a rispondere o non voleva rispondere e mi diceva che non dovevo essere insistente e curiosa. E le mie domande rimanevano spesso senza risposta. Mia madre era come lui, non sorrideva neppure ma si nascondeva dietro un “ho da fare, uffa quante domande”…E, in effetti, che avesse sempre da fare non posso che riconoscerlo.
Per questo non faccio mai domande, o ne faccio poche, il minimo e se non trovo le risposte alle domande che io stessa mi faccio, mi inquieto proprio come da bambina e mi chiedo i perché dei perché e del come e del quando e poi mi arrendo. Ma non smetto di cercare la verità che si nasconde dietro ai “pensieri difficili” al pensiero che fugge, alla verità che non si rivela mai alla mia “curiosità”. Che rimane sempre insoddisfatta e nutre altra curiosità nei pensieri difficili che spesso sfuggono e che a volte riesco a catturare e che mi pungono, come fa l’ape quando si sente in trappola e per fuggire muore, ma lei non lo sa. Mentre il pensiero non muore mai e continua a essere “difficile” e a infastidire anche e soprattutto chi la verità non la cerca, non la vuole e cerca di uccidere i “pensieri difficili di tutti quelli che invece la cercano per poter essere davvero liberi e qualche volta o spesso finiscono per morire anche loro, come le api, uccisi da chi li trova “fastidiosi”.