Qualche leggina in più, la decisione di contare le donne uccise con diversi metri di valutazione e trimestralmente fornire i dati (incomprensibile), dare più rilievo al fatto che “gli omicidi sono in calo” e comunque…è meglio non dare i numeri…sembra che i numeri portino ad “esacerbare” il dibattito. Come se i numeri fossero loro i colpevoli della strage di donne morte ammazzate, uccise dai “compagni”. Questo in sintesi quanto avviene di recente nella lotta contro la violenza sulle donne. Neppure il governo guidato da una donna riesce ad incidere significativamente su un fenomeno ormai strutturale e del quale si sente serpeggiare una sorta di rassegnazione, quasi fosse dato per “scontato”.
Ma si, ma dai, non facciamone una tragedia, in fondo tante donne se la cercano la violenza, non capiscono quando è il momento di tacere o di parlare e quando denunciare, se denunciare e come, perché, quando…e blablabla.
Veramente comincio a provare anch’io un certo senso di scoramento. Continuare a scrivere di questo quando so per certo (quasi) che ci sarà (forse) chi leggerà distrattamente e penserà che si tratta della solita pappardella femministaiola..lo so per esperienza. Ma so anche per esperienza che a me le critiche fanno l’effetto di insistere non di desistere e se sbaglio sbaglio, me ne prendo tutta la responsabilità. E allora insisto.
Il tema è ormai stato dibattuto e studiato ma mai abbastanza secondo me. L’amore, il matrimonio, il legame tra due persone che possono decidere individualmente o consensualmente che qualcosa è cambiato e che le premesse o le promesse possono venire meno, essere dimenticate o tradite o semplicemente sciolte, sembra essere un nodo difficile da districare perché troppe relazioni finiscono con un femminicidio. Uccidere per “amore” è un ossimoro e dire ti uccido perché ti amo, un’assurdità. Ma, a questo punto di ormai quasi non dico accettazione, ma simil rassegnazione ad un fenomeno odioso e devastante per tutta la società, mi sono convinta che a dover essere aiutati siano più gli uomini che le donne. Gli uomini che si dimostrano così fragili da non saper accettare la separazione e preferiscono uccidere quella che rappresenta per loro un fallimento, piuttosto che riconoscere che hanno sbagliato qualcosa e che semplicemente l’amore può finire e che la famigliola del mulino bianco è solo una effimera illusione. E che una coppia per durare ha bisogno di attenzioni continue e sacrifici e comprensione e maturità e adattamento e molto altro ancora. E che sono gli uomini più che le donne a cui andrebbe insegnato a vedere nella chiusura di un rapporto, non la loro fine ma un nuovo inizio, un’opportunità di crescita e una nuova possibilità. Invece di uccidere il proprio futuro, dovrebbero imparare a coltivarlo e a considerare la fine di una relazione per quello che è: qualcosa che può succedere come altre cose nella vita e che va accettato e compreso e superato ed elaborato e questo richiede fatica e dolore e andrebbe loro insegnato fin da bambini, che la fatica e il dolore sono parte essenziale della vita e servono a maturare e a capire e a capirsi.
La violenza non aiuta a questa comprensione ma la nega e negandola nega la vita stessa e la sua difficile evoluzione. Qualcuno qui ha scritto tempo fa che nelle manifestazioni di piazza la violenza può essere se non accettata “compresa”, quasi funzionale alla protesta perché ogni protesta, ogni contestazione ha bisogno di essere visibile e solo la violenza ha la forza di rendere una protesta, qualsiasi protesta, tangibile.
Riconosco che da un certo punto di vista aveva ragione, si, la contestazione è da sempre un’arma per rendere visibile un problema, senza una posizione critica non esiste dibattito e non c’è crescita in nessun campo, tutto si blocca, diventa una morta gora in cui tutto langue e sopravvive a malapena e possono nascere forme “virali” difficili da combattere. Ma, allo stesso modo, riconosco che la violenza è una degenerazione della protesta, non la sua esaltazione e nella protesta di un uomo che viene lasciato c’è un furore anche comprensibile, ma che non si deve mai tradurre nella soppressione dell’oggetto di tanta sofferenza (come nella protesta di piazza, la violenza ne diventa l’aspetto peggiore e da evitare), perché l’amore non può mai diventare un cappio che può strozzare, l’amore è libertà e la libertà e l’amore vanno di pari passo insieme e devono tradursi in una relazione matura che non uccide l’altro ma che lo aiuta a superare anche il momento doloroso della fine di una relazione e il distacco che ne consegue. Senza tramutarlo in tragedia.