La bocca della vittoria

Ulrich Siegmund, leaderino di Alternativa per la Germania (AFD) ride a bocca spalancata e ne ha ben donde. Nella sua Sassonia-Anhalt ha stravinto con il 43.8%. Per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale (che AFD chiama “guerra patriottica”), un Land tedesco potrebbe essere governato da un partito di estrema destra. E da uno definito da più parti “uomo molto pericoloso”. Tutta Europa è in subbuglio, la vittoria di questo astro nascente di un partito che fino ad ora è sempre stato opposizione e che ora potrebbe governare una regione federata, sta sconvolgendo i già fragili equilibri europei.

Ma come? ci si chiede. Come ha potuto questo ragazzotto di provincia abbattere un muro ormai così radicato e massiccio in un paese che è stato protagonista di una pagina infame e atroce della storia recente? Ha potuto. Si tratta di una sconfitta totale delle politiche di centro sinistra (Grosse Koalition) che hanno governato per decenni la Germania. Un fallimento che vedrà cadere molte teste e che porterà ad un radicale cambiamento di orizzonti, di progetti e di iniziative, tutte messe in discussione da questo schiaffo in piena faccia che ha preso soprattutto il partito del Cancelliere Merz CDU) che ha dimezzato i voti.

Però non si capisce bene se riuscirà a governare non avendo ottenuto la maggioranza e tutti i partiti (o quasi tutti) si dicono indisponibili a governare con lui. Hanno tirato su il Brandmauer ( muro di fuoco) per impedire che un partito di estrema destra vada ancora al potere.

Ma questo tipetto qui sembra avere il destino nel nome. Infatti Siegmund è formato dalle parole Sieg (vittoria) e Mund (bocca) e se tanto mi da tanto darà filo, anzi molto filo da torcere all’establishment europeo.

C’è da sperare che i tedeschi si ribellino e protestino in massa e assieme a loro anche i cittadini europei che hanno a cuore la democrazia e la libertà. Non proprio una crociata, ma una incisiva manifestazione a contrasto di politiche che riportano indietro ad un passato spaventoso e inquietante.

Come zanzare

Si chiamava Lorena. E’ finita in un viadotto spinta dall’ex dopo che l’aveva chiusa nel bagagliaio della sua auto. E’ successo a Firenze ed è atroce. Questi burattini che si definiscono innamorati, incapaci di accettare un no, che si fiondano a descrivere le loro pena sui social, che si sponsorizzano e poi uccidono una donna come se uccidessero una zanzara.

Ma quando finisce questo incubo? Lorena aveva 45 anni e voleva vivere. Vivere la sua vita senza paura ed invece è finita sotto un viadotto dopo che lui, l’ex, l’ha rapita. Le ha sottratto la vita perché non la voleva condividere con lui e lui non riusciva a darsi pace.

Ma come è possibile? ma quante menti fragili abbiamo formato? Ma perché non fare uno screening per scoprire quanti ex sono potenziali, brutali, feroci, vigliacchi assassini?

Assassini, si, solo questo assassini con premeditazione, orgoglio ferito, ego frustrato, altro che amore. L’amore da vita non la toglie, l’amore rispetta non calpesta, l’amore ha pazienza e si ritira se l’altro non lo corrisponde. Non uccide, l’amore, mai.

Le donne non sono zanzare, hanno una loro personalità, se non vogliono stare con qualcuno si lasciano andare e si cerca altrove. Non si uccide. Ma non gli hanno insegnato che la vita è sacra a questi assassini viziati figli di internet, cresciuti col cellulare in mano dentro realtà visionarie, in un film che li separa dalla realtà ma ne fa dei burattini pronti a comprare qualsiasi cosa gli venga suggerita, incapaci di accettare un no e incapaci di accettare una delusione, incapaci di soffrire, di superare una perdita. Uomini di pezza capaci di tutto ma “tanto brave persone”…

Questo almeno si è buttato di sotto anche lui, ci risparmia il processo, le polemiche le diatribe, le bugie, le interviste e i piagnistei di finti pentimenti. Ma certo non si merita un grazie.

Con la mano sul cuore

Quando si apre quel portone penso

scappo e dove vado?

Sono qui per il mio bene, me lo dicono da mesi

ed allor devo restare qui per farmi… torturare.

Ma è tortura necessaria non c’è altra alternativa.

E poi sono donna fatta mica sono una bambina

e però so che la mamma se ne sta da qualche

parte ferma e zitta ad osservare. Mi sussurra di

star buona, di calmarmi ed aspettare…

Sono tanti, quanti? Tanti, sono tutti

indaffarati, sono tutti intorno ad una che

vorrebbe essere altrove ma che non può muover

nulla ed allora non si muove.

Parlo si, parlo e tanto e mi ascoltano e rispondono

e ad un tratto con sorpresa vedo solo facce amiche,

mi sorridono, mi parlano e mi prendono la mano

che esce come per fuggire da quel letto così strano.

Guardo attorno, ci son medici e infermieri

tutti stanno su di me che continuo a chiacchierare.

Poi mi danno del calmante e si inizia a ragionare.

Quanto dura? Tanto, tanto, però c’è chi mi conforta

che mi parla e mi consola. Una è Brenda, un’infermiera

con lo sguardo da bambina. Sta con me, mi fa parlare

mentre tutto intorno a me gli altri stanno ad operare.

E c’è pure l’infermiere Federico che mi fa

delle battute, mi incoraggia , mi intrattiene, fa domande

pertinenti cui rispondo volentieri e dimentico che il

cuore batte forte forte in petto e che son costretta lì

fin che non sarà finita e potrò lasciar quel letto.

Grazie a tutti, siete stati favolosi, tutti, medici e infermieri

ora ve lo dico in rima che durante tutto il tempo che ho

passato assieme a voi sono stata sulle spine ma mi

avete coccolato e così, pur lentamente, quel momento

così duro, così scomodo e dolente, grazie al cuore che

mettete è passato ed è passato anche un po’ velocemente.

Una professione difficile

Essere empatici significa provare quel sentimento che ci fa sentire umani. Condividere il disagio degli altri in situazioni di ogni genere, dalla malattia alla solidarietà che si può provare per degli sconosciuti che condividono con noi un attesa qualunque. In questi giorni ho sperimentato varie e diverse forme di empatia, che differisce dalla simpatia che è spontanea e generata di impulsi nervosi che hanno più a che fare con la scienza che con la coscienza.

Non si spiegherebbe perché si provi quel sentimento per qualcuno e per altri no. Mentre l’empatia è un atteggiamento di comprensione degli altri e delle loro vicende, dei loro problemi, delle loro aspirazioni, umana ed innata.

Trovo che di questi tempi l’empatia sia quasi sconosciuta: sepolta sotto marchingegni elettronici, non ha più la funzione di unire delle persone tra loro sconosciute ed è quasi inesistente. Ma ci sono eccezioni. Io in questi giorni ne ho sperimentate diverse, alcune veramente sorprendenti. Si, ho avuto a che fare con gli ospedali, capita a tutti e quando ci capita capiamo di più quanto siamo interdipendenti. Quanto abbiamo bisogno degli altri, quanto anche solo un sorriso di uno sconosciuto possa arrivare al cuore. Mi dicono che la sanità italiana sia a pezzi: non l’ho riscontrato ma ho sperimentato alcune cose che mi hanno fatto riflettere. Per esempio; il personale straniero, soprattutto albanese e moldavo o bulgaro. Si, niente da dire sull’efficienza e sulla preparazione, quella ci sarà come un dato scontato. Ma l’empatia è assente, almeno nel due o tre casi in cui ho sperimentato di recente personalmente quanto sia una dote indispensabile per chi fa questo delicato mestiere. Non che non ci siano casi di indisposizione alla professione anche negli italiani, no, ma in alcuni stranieri (specie donne) ho riscontrato una durezza odiosa e ingiustificata. Ma vale anche per gli italiani, ma, forse negli italiani c’è uno spirito diverso e soprattutto non c’è quella sottile manifestazione di rivalsa nel trattare con gli altri italiani che hanno bisogno delle loro cure ritenendoli dei privilegiati come invece, forse inconsapevolmente fanno alcuni stranieri. Credo che si dovrebbe indagare bene sull’operato di alcuni di questi operatori della sanità. Dico: alcuni perché di sicuro ce ne saranno molti che, al contrario, sanno come si porta avanti una professione così difficile.

Mentre sarò sempre grata a quei medici ed infermieri che oltre alla professionalità hanno dimostrato empatia che significa semplicemente: mi metto nei tuoi panni e cerco di aiutarti come posso. Grazie a questi uomini e donne che lavorano dentro i nostri ospedali spesso in condizioni precarie o sottopagati e spesso sottoposti a superlavoro.

E grazie anche a impiegati e guardiani che sono spesso poco considerati e invece possono dimostrarsi di una gentilezza inarrivabile anche nelle piccole cose, come, ad esempio, indicarti dove timbrare un biglietto del parcheggio o anche aiutarti a capire le istruzioni o evitarti di lambiccarti estraendo quel pezzetto di cartone che ti permette di uscire dall’incubo di labirinti senza capo né coda e soprattutto inquietanti complicazioni della vita che si potrebbero evitare con maggiore accortezza.

Grazie anche ad una signora che si chiama come me e con la quale ho condiviso un’attesa snervante e con la quale ho subito solidarizzato come se fossimo amiche da tempo. Ecco, perché certi luoghi e certe situazioni ci mettono su un piano diverso rispetto alla vita normale e ci pongono di fronte alla fragilità umana che si svela anche nella improvvisa commozione provocata solo dal fatto di condividere un nome. Grazie (altra) Mariagrazia.