Il filosofo americano Alfred Whiteman scrisse: “La religione è lealtà nei confronti del mondo”. Essere religiosi dunque dovrebbe comportare di non sentire alcun imbarazzo nel riconoscere che abbiamo bisogno degli altri. Il mondo è là fuori, alla portata di tutti ma non devo considerarlo una religione, devo essergli leale non solo quando ne sento il bisogno ma soprattutto quando vorrei isolarmi, rinchiudermi per non far entrare nessuno se non le persone che mi stanno più vicine. Ciò non sarebbe leale e mi negherei la consolazione della mia religione qualunque essa sia. Questa è la mia personale interpretazione della frase di Whiteman. Il mondo però talvolta può apparire molto ostile e rappresentare pericoli nascosti dietro ogni offerta di felicità. È forse per questo che molti adolescenti si rifugiano dietro a uno schermo e invece che affrontare il mondo lo rifiutano per poi cadere nella trappola delle “relazioni a distanza”, asettiche all’apparenza ma senza “religione” e troppo spesso senza lealtà? Solo parole su uno schermo luminoso, tipo ”sei bruttissima”, possono essere tanto forti da travolgerti? Le stesse parole dette faccia a faccia non risulterebbero tanto devastanti perché pronunciate da una bocca che compone un volto il quale a sua volta compone un corpo che contiene un’anima. Anche il bullismo viene moltiplicato quando si scrivono in forma anonima frasi oscene che possono incidere una psiche non ancora in grado di difendersi. I “social network” invece che creare relazioni, in molti casi sono un mezzo di diffusione di inutili, dannose e offensive banalità. Dietro lo schermo l’anima non c’è e non c’è religione, c’è solo un mondo ostile. Nella mente fragile di un adolescente si crea forse un orrore così potente dal quale si pensa di fuggire con la morte? E la stessa reazione moltiplicata più volte dovrebbe fare riflettere: a quale “religione” vengono sottoposti i nostri figli quando entrano in contatto con uno schermo senz’anima che li esclude dal mondo?
L’ho pubblicata qualche anno fa, ma mi sembra ancora molto attuale.
L’argomento è interessante. In realtà sono 2 argomenti che secondo me viaggiano in modo indipendente: religioni e tecnologia.
Sulle religioni e sulla necessità di “utilizzarle” in modo diverso da come vengono insegnate ho provato a scrivere un libro, ma il mio modo di scrivere eccessivamente sintetico non mi consente di superare le 80 pagine. Per dire, le istruzioni del forno di casa hanno più pagine ed in effetti non ho ancora capito bene come usarlo, se non come comodo ripostiglio per le teglie.
La tecnologia e i social invece stanno spersonalizzando gli esseri umani. Sta succedendo l’opposto di quello che fa l’intelligenza artificiale che sembra sempre più umana, mentre le risposte che vengono date dagli umani sono sempre più omologate e prive di empatia. L’unico sentimento che sembra prevalere è l’odio.
Ai miei tempi, quando beltà splendea nei miei occhi ridenti e fuggitivi, ricordo diverse varietà di giovani che, seppur ridicole, creavano una simpatica biodiversità, anche i paninari, meno i punk.
Adesso i giovani sono un po’ tutti simili, stessi vestiti, stessa postura curva sullo schermo.
Quando l’IA sembrerà veramente più umana degli umani non dovremo stupirci se allo scambio degli anelli uno dei due sarà un microprocessore.
R
Mauro
divertente, umoristico e allo stesso tempo realistico. Interessante la cosa del libro che ha provato a scrivere, ma 80 pagine non sono poche se quello che scrive ha un senso. Non riesco ad immaginare come potrebbe essere e mi piacerebbe che lei ce ne desse almeno un “sintetico” saggio, anzi, meglio, un assaggio o quantomeno un’idea di massima.
La sinteticità è un pregio, non è da tutti dire le cose senza usare una sfilza di parole che non fanno che appesantire l’argomento. Va bene quando si tratta di capolavori della letteratura, ma quando trattasi di saggistica, secondo me, la brevità è essenziale e persino auspicabile per una maggiore comprensione del testo.
“mi piacerebbe che lei ce ne desse almeno un “sintetico” saggio” (MG)
Non vorrei sottomettere al pubblico ludibrio il frutto di un’attività dilettantistica e realizzata in tono tutt’altro che serio, di cui difficilmente darò seguito.
Era solo per dire che il tema dell’approccio alle religioni mi ha sempre incuriosito tanto da scrivere questo manuale sCemiserio avente lo scopo di unire le ragioni di tutte le religioni ed impedire che le persone debbano litigare pensando che il proprio dio sia migliore di quello dell’altro. Ma mentre John Lennon vorrebbe un mondo senza confini e religioni io sostengo che vi possano essere entrambi e che siano utili, ma vadano presi in modo completamente diverso.
R
Grazie Mauro per la risposta. Il bisogno di spiritualità e del sovrannaturale è insito nell’uomo e anche chi afferma di non credere, in realtà sta solo negando di avvertirlo. Il tema è molto complesso ma anche molto affascinante, ma come vede ha risposto solo lei, segno che quando c’è chi protesta perché parlo solo di Trump, lo fa tanto per…
Provo a rispondere anch’io al messaggio di apertura.
Nella religione vedo almeno due significati/funzioni: uno è cercare di spiegare l’inspiegabile e di dare una finalità alla nostra vita; l’altro è dare un codice morale alla società.
Il primo era legato alla mancanza di spiegazioni scientifiche delle realtà fisica.
Dato che noi istintivamente cerchiamo di dare una spiegazione alle cose, gli antichi avevano ipotizzato un “qualcosa” che le spiegasse.
In realtà il problema non era risolto, ma solo spostato, perché, a questo punto, bisognava dare una definizione di quel “qualcosa”, ma la risposta era che quella cosa, in quanto tale, non era spiegabile e conoscibile.
Questa prima esigenza è venuta meno quasi del tutto col progresso della scienza e della matematica. Visto che, progressivamente, si è riusciti a spiegare quasi tutto, è ragionevole pensare che anche quello che appare oggi inspiegabile, prima o poi sarà spiegato.
La matematica, soprattutto la logica del calcolo infinitesimale, ci ha insegnato a maneggiare senza timore concetti che avevano spaventato gli antichi filosofi, come “infinito”, infinitamente piccolo”, “sempre” e così via, e questo ha fatto perdere di significato a tante domande che ci si ponevano prima, circa l’origine dell’universo e simili.
Per esempio, la famosa domanda “Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?”
Di fronte alle domande – quelle legittime e non quelle costruite mettendo insieme parole, come quelle sopra – ci sono due atteggiamenti: chi preferisce pensare che esista qualcosa di trascendente e inspiegabile e chi aspetta paziente e fiducioso che la scienza trovi la spiegazione.
Il secondo significato, quello di codice sociale, deriva da un’esigenza naturale.
Noi siamo animali sociali, ma tutte le società di animali, per funzionare bene, necessitano che i membri si conoscano e stabiliscano delle gerarchie e delle regole. Ma questo ha un prezzo, come spiega Esopo con la favola delle rane e del serpente, perché i capi mantengono sì l’ordine, ma tiranneggiano i loro sottoposti.
Da qui la soluzione brillante di ipotizzare un capo perfetto, potentissimo ma magnanimo, che non sta in nessun posto fisico, che non pretende niente dai suoi sudditi se non che si comportino bene e rispettino certe regole.
Questa, credo, è stata nei secoli la motivazione per cui quasi tutti i governi del mondo hanno visto di buon occhio che i cittadini fossero religiosi, tranne alcuni regimi, come quelli comunisti, che poi si sono pentiti di non averlo fatto.
Poi c’è la paura della morte come fine di tutto, e a molti piace pensare che la nostra vita continui in qualche modo. Per molti, questa è una grande consolazione che li sostiene nelle avversità.
Quanto al brutto andazzo di comunicare a distanza invece che interagire di persona, lo trovo pericoloso perché l’atteggiamento del corpo, l’espressione del viso, il tono della voce, le pause e così via sono una parte essenziale della comunicazione e, se mancano, si fraintende, si litiga, si drammatizza, ci si incazza di brutto, ci si deprime, e si vive male.
R
E’ buona Lenzini, le do atto e ringrazio anche lei.
Ma non spiega il bisogno di spiritualità e di trascendenza che l’uomo sente spesso e non solo in tarda età e non spiega le cose che non si si spiegano, tipo i miracoli o tipo la Fede. La scienza non spiega tutto e la scienza non può rispondere a tutte le domande neppure se si aspetta all’infinito, la scienza ha dei limiti che solo la religione può superare.
Da Il piccolo principe: “L’essenziale è invisibile agli occhi”.
La prima parte dell’interpretazione del sig. Luigi, cioè quella che attribuisce alla religione il compito di spiegare l’inspiegabile, viene risolta con l’attuale insufficienza della scienza, che prima o poi verrà colmata.
Posto che anche questo è in un certo senso un atto di fede, temo però che la scienza non sarà mai in grado di colmare tutte le nostre lacune in quanto essa opera con le regole e le misure utilizzate dagli esseri umani. Ma se esistesse qualcosa di non “umano” le regole umane/scientifiche non potrebbero misurarlo. Quindi si tratta di capire quale sia il limite fino al quale noi umani possiamo spingerci per capire le cose attualmente non spiegabili.
“Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?” sono domande alle quali la scienza dà delle risposte che possono anche accontentare qualcuno, ma per me sono limitate. Veniamo dalle scimmie? Sarà anche vero, ma la domanda che resterà inevasa da qualsiasi scienziato è: “perché siamo qui?”.
Mauro, come accennavo sopra, per me queste domande non ha senso farcele.
Col linguaggio possiamo costruire tutte le domande che vogliamo, ma non ci dobbiamo necessariamente aspettare delle risposte a qualsiasi domanda.
Chi siamo per me non ha senso. Chi è una farfalla? Esistiamo così come siamo e non c’è bisogno di definirci, a parte la classificazione tassonomica.
Da dove veniamo? E chi ha detto che veniamo da qualche altra parte?
Dove andiamo? E chi lo dice che andremo da qualche altra parte?
In pratica queste domande sono figlie della teoria che il creato sia frutto di un “progetto intelligente”, nel quale tutto quello che esiste è voluto, ha un’origine e un fine.
Se invece l’universo fosse sempre esistito, magari con movimenti pulsanti di esplosione (big bang) e successiva concentrazione in un buco nero, per poi esplodere di nuovo, e si fosse evoluto casualmente, come sembra dimostrato dall’osservazione della natura, la risposta a tutte quelle domande non esisterebbe proprio.
Quanto al fatto che veniamo dalle scimmie, la versione attuale, riportata anche su wikipedia è che noi siamo tuttora scimmie a tutti gli effetti.
R
beh, io non mi sento scimmia, per nulla, mi auguro di essermi evoluta. Le domande se le pone anche lei, il fatto che non sappia trovare risposta dimostra (e non sia mai stata trovata), che quello che vediamo non è che una piccola parte di ciò che esiste. “Dio è in tutti e tutto è Dio”.
Luigi, io invece queste domande continuo a farmele. Mi rifiuto di pensare che siamo un agglomerato di cellule messe insieme dalla casualità dell’evoluzione. Siamo qualcosa di più: una coscienza, la capacità di darci delle regole e non rispettarle, di creare arte.
Siamo anche gli unici esseri viventi avulsi dall’equilibrio della natura, almeno da quando non si vive più nelle caverne. Gli equilibri li rompiamo e, al contrario degli alti ospiti della Terra, ci autodistruggiamo.
C’è sicuramente qualcosa sotto a tutto il casino che stiamo facendo. Deve esserci uno scopo, ma probabilmente restando vincolati dentro i concetti spazio/temporali, non ne verremo mai fuori.
Accontentarsi di dire che siamo così e chi si frega del perché e del come sarà è come essere vissuti sempre nella nave del film “La leggenda del pianista sull’oceano”, dove il protagonista pensa che il mondo sia quella nave.
Ad ogni modo fra un miliardo di anni il Sole esploderà e avremo finito di farci domande contorte e darci risposte fantasiose.
Mauro, capisco il ragionamento, ma insisto che ci facciamo queste domande perché immaginiamo che ci sia qualcosa di più, e ce le facciamo per dimostrare che, probabilmente, quel di più esiste. E’ un po’ un cane che si morde la coda.
L’intelligenza artificiale ci sta dimostrando che addirittura dei circuiti elettronici sono capaci di inventare, apprendere, imitare, anche fare la cosa sbagliata, se vogliamo.
Figuriamoci cosa possono fare il nostro chilo e mezzo di cellule neuronali se un ragnetto lungo un millimetro, la cui materia cerebrale pesa milligrammi, è capace di tessere una ragnatela strutturata, di scegliere il posto adatto dove costruirla, di capire se ci è caduto un insetto o una foglia, di riconoscere un individuo della stessa specie ma dell’altro sesso, corteggiarlo e accoppiarsi, deporre le uova dentro un sacco coibentato e tante altre cose sorprendenti.
Ed è tutta materia, per il ragno come per noi.
R
la teoria dell’ Oltreuomo (Ubermensch) di Nietzche.
E. ovviamente, quella “meraviglia” della natura che è il ragno, si è “fatto da solo” Un Uber ragno…