Empatia

Ho scoperto una cosa, questa mattina svegliandomi ho pensato: ma perché esiste la cattiveria? Che domandona penserà chi mi legge. Esiste da quando esiste l’uomo e la cattiveria si basa principalmente sull’invidia e sulla gelosia. Sulla incapacità di provare empatia, cioè di mettersi nei panni dell’altro.

Da questo nascono le discussioni, le ripicche , le lotte nascoste o palesi le guerre: dalla incapacità di provare empatia. Non ne siamo più capaci. Siamo quasi insofferenti al prossimo. Forse perché siamo insofferenti a noi stessi? Cercare empatia nel prossimo, nelle persone, siano esse familiari o estranei è una cosa che viene spontanea, che ci fa sentire partecipi di una comunità.

Un “luogo comune” dove più persone possono ritrovarsi e parlare tra loro dei loro problemi, di ciò che li affligge, oppure di cose banali come il rincaro dei prezzi (che tanto banale non è).

Insomma il “terzo posto” individuato da due sociologi americani e che starebbe tra la casa e il posto di lavoro. Un posto dove ricreare una parvenza di socialità che non sia per forza il bar.

Un tempo i bar erano preclusi alle donne, oggi no, ma dopo il Covid c’è ancora una certa ritrosia a frequentarli assiduamente perché la paura del contagio è rimasta sottotraccia. Io, se ci vado, preferisco rimanere all’esterno ma per poco e di sfuggita perché fuori, non è come all’interno, fuori ci si sente a disagio, come in un non luogo, troppe distrazioni impediscono anche solo di pensare di accennare ad una minima conversazione con un vicino sconosciuto.

Un parco, ad esempio, un tempo forniva la possibilità di incontrare persone, di fermarsi magari a scambiare due chiacchiere sul più e il meno, ma oggi è tutto cambiato. Ho come la sensazione di dovermi girare continuamente per vedere se arriva qualche pericolo da dietro, come ad esempio un grosso cane lasciato libero di sfogarsi dal padrone poco intelligente poco ligio alle regole, oppure di essere travolto da qualche monopattinatore che fa lo slalom lungo i vialetti anche se sarebbe proibito.

Le proibizioni non piacciono a noi italiani, abbiamo preso una sbornia di democrazia e la mettiamo dovunque come il prezzemolo: non accettiamo regole, né diktat, neppure suggerimenti E rompiamo relazioni e amicizie solo perché l’altro rappresenta in qualche modo una “costrizione” ad uniformarsi a qualche minima regola legata al relazionarsi, come ad esempio l’empatia. Non esiste più. Le persone si scambiano sguardi sospettosi di sghimbescio e si nascondono dietro agli smartphone, quegli aggeggi infernali dietro il cui schermo acceso si trova il famoso terzo posto andato perduto.

I social rappresentano un’ ancora di salvezza per chi non sa come fare per socializzare con chiunque persino coi familiari più stretti o con gli amici. Basta guardare le coppie in giro per la strada, ognuno a guardare lo schermo o al massimo a scambiarsi reciprocamente le immagini da esso riprodotte. Ma sono, al contrario, la negazione della socialità che ha bisogno di persone “vere” per funzionare. C’è bisogno di guardare negli occhi per capire se si può socializzare o meno. Gli occhi sono importanti, nei social o anche nei blog, non si vedono.

Ecco. manchiamo di occhi nei rapporti interpersonali e scarichiamo frustrazioni, invidia, cattiveria e mancanza di empatia su chiunque ci capiti a tiro perché non sappiamo più guardarci e non possiamo più farlo perché ne abbiamo paura. Perché in fondo tutti temiamo negli altri la mancanza di empatia. Temiamo la cattiveria che possa arrivare a penetrarci l’anima e a farci del male.

Per la strada, nei bar, nei luoghi cosiddetti “comuni” nessuno si guarda più negli occhi, temiamo lo sguardo, lo rifuggiamo, abbiamo paura di vederci diversi dall’immagine che ci siamo costruiti nel tempo di noi stessi.

I confronti sui blog, su questo o altri, non sono mai “veri”, sono solo simulacri di interazioni ma in realtà nascondono molta frustrazione e rabbia perché nascondono gli occhi delle persone con le quali si interagisce. Uno sguardo può dire molto di più di tante parole. Si può trovare empatia in uno sguardo molto più che in mille sterili discussioni.

Qualche giorno fa sono caduta per la strada, ho messo male un piede e sono scivolata dal marciapiedi, ero distratta, pensavo a come siamo tutti soli (anche se in compagnia) e compresi solo delle nostre vite e di quello che ci potrebbe succedere e gli altri sono fantasmi che passano nella nostra vita (tranne pochi intimi),chi più chi meno con indifferenza e a volte persino con antipatia.

Ma mentre venivo aiutata a rialzarmi da due giovani uomini che sono accorsi in mio aiuto subito e non mi hanno lasciata andare a prendere la mia macchina prima di essersi accertati che stavo bene, ho pensato che forse non è tutto perduto. Che possiamo ancora riappropiarci del “terzo posto” partendo da noi stessi e provando a guardare la gente negli occhi.

Da oggi proverò a “guardare negli occhi” chi entra qui, in questo spazio dove sto provando da anni di trovare il terzo posto e dove ho l’impressione di non trovarci che “passanti” distratti e senza empatia tranne qualcuno che ringrazio di cuore e spero non me ne voglia se oggi lo “costringo” a leggere questa lunga manifestazione di frustrazione che provo al punto che mi metterei a piangere.

E, mi dicono, che piangere faccia bene. Ci provo. Grazie per aver letto.

15 commenti su “Empatia”

  1. Mariagrazia, mi auguro che non abbia subito conseguenze dalla caduta, e anzi questo incidente ti abbia fatto riflettere che l’empatia umana, in fondo prevale sulla cattiveria. Mi è sovvenuta la poesia del Parini, “La caduta”, in cui il poeta trova spunto per confermare le sue scelte morali e intellettuali.
    “…Me spinto ne la iniqua
    Stagione, infermo il piede,
    Tra il fango e tra l’obliqua
    Furia de’ carri la città gir vede;

    E per avverso sasso
    Mal fra gli altri sorgente,
    O per lubrico passo
    Lungo il cammino stramazzar sovente….”

    Sursum corda, anche se qui non ci si guarda negli occhi, ma si legge tra le parole.
    R
    Ti ringrazio Alessandro, no, non mi sono fatta niente, il mio angelo mi ha suggerito di parare le mani e sono planata sul fondoschiena e seduta salvando la testa. Ma ho avuto un senso di smarrimento e di fragilità e avrei potuto rialzarmi da sola ma mi ha fatto piacere osservare che la gente è ancora pronta ad aiutare chi si trova in difficoltà, lo stesso avrei fatto io, ma non è mai scontato.
    Grazie anche della poesia molto bella che ho copiaincollato perché merita di essere letta interamente, piena di metafore della vita
    https://library.weschool.com/lezione/la-caduta-parini-testo-parafrasi-odi-9242.html
    e di insegnamenti, a questo servono i poeti a farci vedere le cose sotto aspetti molti diversi da quelli che crediamo di vedere e le mille sfaccettature della vita che perdiamo nella quotidianità.
    Grazie ancora, spero di leggerti presto.

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  2. Mariagrazia, a proposito di poeti e della loro capacità di rivelarci le “mille sfaccettature della vita”, i tempi che stiamo vivendo mi hanno fatto venire in mente la poesia di Montale che qui riporto

    Spesso il male di vivere ho incontrato:
    era il rivo strozzato che gorgoglia,
    era l’incartocciarsi della foglia
    riarsa, era il cavallo stramazzato.
    Bene non seppi, fuori del prodigio
    che schiude la divina Indifferenza:
    era la statua nella sonnolenza
    del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato

    Ma, a differenza di Montale, non riuscirei a reagire con “la divina indifferenza”, ossia col distacco assoluto dalle passioni. Perciò, mentre ti ringrazio del tuo incoraggiamento a scrivere, che terrò presente, so anche che questi impulsi trasferirei nei miei scritti, pur sapendo che la nostre sono “vox clamantis in deserto”: s’è mai visto che i potenti prestino orecchio ai sentimenti e alla volontà popolare?
    R
    e questa?
    Ricordati Barbara,
    Pioveva senza tregua quel giorno su Brest
    E tu camminavi sorridente
    Raggiante rapita grondante, sotto la pioggia
    Ricordati Barbara,
    Pioveva senza tregua su Brest
    E t’ho incontrata in rue de Siam
    E tu sorridevi, e sorridevo anche io
    Ricordati Barbara,
    Tu che io non conoscevo
    Tu che non mi conoscevi
    Ricordati, ricordati comunque di quel giorno
    Non dimenticare
    Un uomo si riparava sotto un portico
    E ha gridato il tuo nome
    Barbara
    E tu sei corsa incontro a lui sotto la pioggia
    Grondante rapita raggiante
    Gettandoti tra le sue braccia
    Ricordati di questo Barbara
    E non volermene se ti do del tu
    Io do del tu a tutti quelli che amo
    Anche se non li ho visti che una sola volta
    Io do del tu a tutti quelli che si amano
    Anche se non li conosco
    Ricordati Barbara, non dimenticare
    Questa pioggia buona e felice
    Sul tuo viso felice
    Su questa città felice
    Questa pioggia sul mare, sull’arsenale
    Sul battello d’Ouessant
    Oh Barbara, che coglionata la guerra
    E cosa sei diventata adesso
    Sotto questa pioggia di ferro
    Di fuoco acciaio e sangue
    E lui che ti stringeva fra le braccia
    Amorosamente
    È forse morto disperso o ancora vivo
    Oh Barbara,
    Piove senza sosta su Brest
    Come pioveva allora
    Ma non è più la stessa cosa e tutto è crollato
    È una pioggia di lutti terribili e desolata
    Non c’è nemmeno più la tempesta
    Di ferro d’acciaio e di sangue
    Soltanto di nuvole
    Che crepano come cani
    Come i cani che spariscono
    Sul filo dell’acqua a Brest
    E vanno a imputridire lontano
    Lontano molto lontano da Brest
    Dove non vi è più nulla.

    Questa poesia potrebbe averla scritta, per esempio, un ucraino di oggi.

    Parla pure Alessandro, me ne starò zitta se non sono d’accordo oppure parlerò, non lo so. Qui non cambiano nulla le parole è vero ma almeno possiamo ricordare quello che i poeti ci hanno lasciato ad ammonimento che però nessuno ascolta. Ma non importa la poesia è immortale.

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  3. Molto toccante la poesia di Jaques Prévert, potrebbe essere scritta da tutti coloro che hanno vissuto la barbarie della guerra.
    Perché star zitta, se non sei d’accordo? A proposito di empatia
    https://www.cataniamood.com/wp-content/uploads/2024/02/filippo-leuzzi.jpg
    si tratta del bambino di Rimini che ieri è stato protagonista di un gemellaggio con un altro bambino catanese, di nome Leonardo, allo stadio Angelo Massimino di Catania, in occasione delle semifinale di Coppa Italia per la serie C
    R
    si tratta forse di quel Leonardo? Se si complimenti!

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  4. L’idea di far sedere un bambino autistico accanto ad un autentico autista mi pare un’idea un po’ bizzarra.
    Forse l’autista si chiama così perché “è vietato parlare al conducente”, e, quindi,
    non deve comunicare con nessuno e deve concentrarsi sulla guida?
    Per tornare seri, osservo anch’io che oggi la gente tende a guardarsi in cagnesco molto più che qualche decennio fa.
    Forse anche perché le regole del vivere civile si stanno deteriorando e siamo passati da una sana etica pragmatica basata sul buonsenso a regole basate sul paradosso e sul nonsenso, e ci sentiamo minacciati e indifesi.
    Le parabole che Gesù raccontava come paradossi e casi limite per aprire la mente a chi lo stava ascoltando vengono proposte come regole concrete del vivere civile: una per tutte quella del figlio sperperatore che viene premiato dal padre più dei figli obbedienti, parsimoniosi e lavoratori. In altre parole, abbasso il merito!
    Una tendenza che aggiungerei a quelle sottolineate dalla nostra ospite è quella di scrivere invece di telefonare. Trenta anni fa telefonare costava caro e tutti telefonavano; oggi che non costa più niente, tutti scrivono messaggini.
    Anche la stessa voce è troppo vincolante, coinvolgente, invadente.
    E i messaggi scritti senza il valore aggiunto dell’intonazione provocano incomprensione e litigi.
    Però, come nel caso della caduta, la gente cambia quando qualcuno si trova in difficoltà. C’è chi resta indifferente, o addirittura prende le distanze, ma molti altri diventano empatici e generosi.
    E, a volte, basta rompere il ghiaccio, e si scopre che la persona che stava tutta concentrata sullo smartphone, in realtà, aveva voglia di farsi una chiacchierata.
    A volte fare il primo passo conviene.
    R
    si, magari senza finire per terra come me.

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  5. Signor Lenzini,
    di “bizzarro” in questo contesto c’e’ solo il suo commento, da cui si capisce che, o non ha visto per niente il video clip, oppure, se ha aperto il link, non e’ riuscito ad afferrare il significato di questo gesto generoso da parte della compagnia di autobus. Lo apra per bene per favore, lo guardi attentamente e, dal momento che non sembra molto familiare con la lingua inglese, qui sotto trovera’ la traduzione del riassunto dell’accaduto a pie’ di pagina del video.
    “La felicitita’ di un ragazzo per una visita a sorpresa di un deposito di autobus nell’Oxfordshire.
    A memoria dei suoi genitori, a Vincent sono sempre piaciuti gli autobus.
    Il bambino di sette anni, che è autistico, ha avuto la sorpresa più grande della sua vita quando la BBC Radio Oxford gli ha organizzato una visita del deposito principale della Oxford Bus Company.
    Vincent, che vive a Drayton, nell’Oxfordshire, si è seduto al posto di guida ed ha distribuito alcuni biglietti.
    Ha detto ai suoi genitori che l’esperienza ‘completerà la mia vita’. ”
    Come si puo’ notare, l’autobus e’ fermo, Vincent non si siede accanto all’autista, ma pretende di essere lui il conducente, sedendosi al posto di guida e rilasciando tre biglietti.
    Il suo giro di parole “autistico” ed “autista” non fa per niente ridere, ma e’ un grave insulto al povero Vincent e, personalmente, mi ha profondamente offeso. Non si scherza sulle altrui disgrazie.
    R
    Luigi, avevo notato anch’io la frase infelice del suo omonimo, ma ho sorvolato, già polemizziamo abbastanza. Ma forse la colpa è anche mia che nel sintetizzare forse frettolosamente l’articolo ho scritto “accanto” invece di “sul sedile” dell’autista, sbagliando. Ciò non toglie, ripeto, che sia una frase infelice, l’autismo è una patologia seria e certamente chi ne soffre merita rispetto. Ma, senza voler difendere nessuno, non credo che Lenzini volesse mancare di rispetto, solo fare dello spirito, ma ha ragione del tutto inopportuno in questo caso.
    Mi scuso io per non averlo stigmatizzato.

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  6. Caro omonimo, purtroppo c’è chi dice più battute del dovuto, e può risultare imbarazzante ma c’è anche chi è totalmente incapace di concepire l’umorismo, e, davanti ad una cosa che lo spiazza, diventa aggressivo.
    Il gioco di parole sugli autisti degli autobus è vecchio come gli autobus, e non l’ho inventato apposta per quel bambino.
    Il fatto che gli autisti non debbano comunicare, per non distrarsi dalla guida, ricorda inevitabilmente il comportamento di chi si isola da tutto.
    Francamente, penso che a quel bambino avrebbero potuto far visitare mille altre attività altrettanto interessanti e stimolanti, e ho il dubbio che l’idea degli autobus gli sia venuta proprio dal gioco di parole.
    Un tema che, del resto, è stato trattato in maniera sdrammatizzante in varie occasioni, tra cui nel film “Rain man”. Ricordo anche vari film sulla sindrome di Down in chiave leggera, se non umoristica.
    Personalmente mi viene spontaneo fare accostamenti assurdi e giochi di parole indipendentemente dalla serietà del tema. Non immagina le battute e i giochi di parole che ho fatto su di me due anni fa quando mi sono operato di tumore alla prostata con gli effetti collaterali del caso.
    Con questo penso di aver chiarito la cosa e aver dimostrato che la pappardella che ha scritto lei era del tutto superflua.
    Conosco l’autismo; un mio amico ha un figlio autistico, e non c’è niente da spiegare. Però, con le cose della vita si convive. Scandalizzarsi non serve a niente.
    R
    Lenzini, lei avrebbe dovuto scusarsi. Non mi piace affatto questa sua tirata, lei ha fatto un commento inopportuno e chi ha postato quell’articolo lo ha trovato tale perché lo è.
    Più semplice di cosi. Ma lei rilancia sempre e allora lo faccio anch’io-
    Ieri ho voluto trattare l’empatia proprio perché trovo che manchi quasi del tutto in questa epoca bislacca dove tutto è messo in discussione senza che si arrivi mai a capo di nulla. L’empatia nei riguardi della malattia, qualunque essa sia è lodevole e va apprezzata in quanto tale. Ma lei trova il modo, pur di difendere la sua uscita infelice, di dare lezioni anche su questo.
    Non c’è campo dello scibile inconoscibile che lei non abbia visitato e dove non abbia lasciato la sua impronta indelebile, lo abbiamo capito da un pezzo. L’empatia è la capacità di immedesimarsi negli altri anche nella stessa indignazione di Luigi a quella sua frase. Lei l’empatia la riserva solo a se stesso e che lei abbia fatto delle battute sulla sua malattia non giustifica affatto che ne faccia sulle disgrazie altrui. “Con le cose della vita si convive”, certo ed è appunto per questo che lei, anche in questo caso come in tanti altri dimostra di non saperlo fare.

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    • Signor Lenzini,

      Veniamo al dunque.
      1 – L’umorismo intelligente viene sempre apprezzato. Quello di bassa lega dovrebbe invece essere relegato al bar dell’angolo.
      2 – Il gioco di parole “autistico” ed “autista”, con relativa battuta, sara’ forse gradito dalle sue parti. Qui invece cadrebbe nel vuoto assoluto, come una triste foglia autunnale, perche’ in inglese, sebbene autistico = “autistic”, autista, invece, = “bus driver”.
      3 – La passione di Vincent sono gli autobus. Quindi gli e’ stato concesso di realizzare il sogno della sua. Sembrerebbe che questa nozione non sia stata completamente afferrata da parte sua.
      4 – La “pappardella”, a cui lei si riferisce, e’ semplicemente la traduzione “verbatim” dall’inglese all’italiano, della nota della BBC a pie’ di pagina del video, che sembrebbe lei abbia scambiato per una mia interpretazione personale. Forse non avra’ dimestichezza con l’inglese, ma sono quasi sicuro che mastica discretamente il “mandarino”.
      Tirando le somme, In futuro, le consiglierei di leggere attentamente, cercare di comprendere adeguatamente gli argomenti che vengono trattati in questo forum e ponderare con un pizzico di buon senso i suoi interventi, prima di precipitarsi alla tastiera del PC.
      R
      Bene, dopo questa sua replica prego entrambi di ritenere chiusa la faccenda. Grazie.

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  7. Se rilegge il mio messaggio sono stato estremamente delicato sulla questione definendo l’accostamento “bizzarro”. Se uno si offende per questo ha dei problemi seri.
    A me piace scerzare e fare giochi di parole, e anche a lei piace. In quasi tutti i suoi messaggi di avvio c’è qualche gioco di parole.
    Mi dirà che non si scherza sulle disgrazie, ma non sono del tutto d’accordo. Dipende da come si scherza. Forse al padre di quel bambino il gioco di parole sarebbe piaciuto.
    Ovviamente l’ironia e il ridicolo sono sgradevoli, ma la leggerezza aiuta, anche nelle disgrazie.
    Disse Chaplin: “Un giorno senza un sorriso è un giorno perso.”
    Ricordo anche il libro di Umberto Eco “Nel nome della Rosa” nel quale si elogia il valore della commedia e della leggerezza contro la seriosità ottusa di chi ha paura di sorridere.
    A me piace l’umorismo dell’assurdo, tipo “alto gradimento” di Arbore e Boncompagni, che, essendo attempato, ho avuto il privilegio di ascoltare tante volte.
    Molti, però, non capiscono la differenza tra l’umorismo leggero e bonario, per non dire empatico, e la presa in giro e il sarcasmo, e li condannano allo stesso modo.
    Se qualcuno non ha la nostra dote di saper vedere gli accostamenti assurdi e sorprendenti, mi dispiace per lui.
    R
    Lenzini, visto che insiste eccolo il suo senso dell’humour paragonato la mio (mi faccia vedere dove io scherzerei sulle malattie altrui perché a me non risulta proprio), e una bella lezioncina sulla leggerezza della vita con tanto di illustri nomi a corroborare la sua tesi…sul capire la differenza tra fichi e rape…insomma civilmente e razionalmente, lei si intesta un discreto se non buono senso dell’umorismo e lo paragona al mio, bontà sua, troppa grazia. Si, devo dire lei fa ridere a volte, soprattutto quando parla di Putin e della sua guerra, fa scompisciare dalle risate, davvero, un umorismo “empatico” e persino simpatetico (verso il russo).
    E finisce con la “nostra dote”…cioè mia e soprattutto sua (se capisco bene) di “vedere accostamenti assurdi e sorprendenti”…davvero lei mi sorprende e mi sento molto lusingata che lei paragoni il mio (povero e modesto) senso dell’umorismo e della battuta al suo infatti i suoi post fanno davvero scompisciare dalle risate, spero davvero che i miei arrivino un giorno ai suoi “vertici”, ma temo di dover ancora imparare molto ma ce la metterò tutta…ma certo non per fare sciocche battutine sulle disgrazie altrui, questo lo lascio a lei ma la devo purtroppo avvisare che se ci prova ancora, la prossima volta cancello, quello che avrei dovuto fare subito con quella sua stupida battuta sull’autismo dove ha dimostrato davvero poca empatia e meno ancora senso dell’umorismo.

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  8. Certo! Chiudiamola qui. La polemica l’ha iniziata Luigi e lei gli concede di chiuderla cestinando la replica mia. Come previsto.
    Questa polemica ci riporta al suo messaggio di apertura.
    Oggi siamo tutti troppo aggressivi, suscettibili, vediamo persone indegne dappertutto. Se trattiamo gli interlocutori come nemici e accettiamo il pensiero altrui solo se è allineato ai canoni del politically correct, l’art. 21 della Costituzione si può buttare nel cestino. E pure il gusto di discutere.
    R
    e pubblico pure questa sua ennesima perla di saggezza. Qui il suo senso dell’umorismo si sente di meno, certo lei ha “diritto” di straparlare come le pare glielo da la costituzione, lei non si allinea al politically correct infatti si allinea solo alla sua politica e quella degli altri la butta nel suo di cestino e deve essere ben pieno.
    Tutto il resto è nonsense. Ma vada avanti nella sua empatica polemica, le pubblico tutte le sue arringhe in sua difesa e lo stesso farò se Luigi vorrà risponderle e spero lo faccia con la stessa leggerezza e senso dell’empatia e dell’umorismo che lei mette in tutti i suoi post, questo compreso naturalmente.
    E si ricordi però che quell’articolo vale anche per gli altri. Me compresa e se insiste lo adopererò per essere ancora più esplicita, caro signor umorista.

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  9. Bene. Vorrei però precisare che mi sono limitato a far notare la coincidenza curiosa tra autismo e autista, e il fatto che gli autisti, per disposizioni del loro datore di lavoro, non dovrebbero comunicare con gli altri. Lungi da me voler far ridere. Sono stato frainteso.

    Detto questo, provo a riportare la discussione sul tema dell’empatia, e, più in generale, sulla qualità dei rapporti sociali tra cittadini, e, per farlo, provo ad analizzare questo sgradevole battibecco come caso di studio. Chiedo perciò la “deroga Romolo” per i messaggi lunghi.
    Oggi, rispetto al passato, le persone sono più suscettibili verso la benché minima scorrettezza commessa dagli altri, e tendono a percepire come offese personali anche episodi che non li riguardano affatto.
    Capita sui mezzi pubblici per un posto a sedere o per un “permesso, scusi!” non chiesto; capita alla cassa del supermercato per una precedenza non concessa o per un carrello lasciato lì a tenere il posto, capita quando si parcheggia la macchina e così via. L’elemento comune è una reazione esagerata e aggressiva, spesso sprezzante, che non si limita a sottolineare la scorrettezza del fatto in sé, ma tende a far apparire chi l’ha commessa come una persona indegna. Nel caso di persone in presenza fisica capita perfino che si venga alle mani per una sciocchezza.
    Secondo un approccio di tipo antropologico, questa situazione si può imputare al fatto che i nostri gruppi sociali sono troppo numerosi e, per questo, costituiti quasi esclusivamente da sconosciuti.
    Noi siamo animali sociali come gli scimpanzé o i lupi, e traiamo vantaggio dal vivere in comunità. Però si può osservare che i branchi di lupi o di scimpanzé non superano mai il numero di qualche decina, il che permette di conoscersi e riconoscersi tutti. Conoscere gli altri membri del gruppo fa sì che i rapporti con loro siano in buona misura prevedibili e non ansiogeni. Infatti, è raro che episodi di intolleranza si verifichino in un paesino di montagna dove tutti si conoscono ed hanno un ruolo noto nell’organizzazione sociale. Nelle città, invece, i numeri in gioco sono migliaia o centinaia di migliaia, e ogni sconosciuto può essere un nemico o un malintenzionato, o, quanto meno, un maleducato o un prepotente. Questa sensazione di insicurezza è accentuata dall’immigrazione, per cui chi ci sta davanti spesso non è solo una persona sconosciuta, ma una persona di cui non conosciamo la lingua, la cultura e le reazioni, e quindi è ancora più ansiogeno.
    E appena qualche segnale, anche debole, ci conferma i nostri timori, scatta l’etichettatura della persona che ci sta davanti, e la reazione difensiva eccessiva rispetto ai fatti realmente avvenuti.
    In realtà questa non è l’unica reazione possibile. Spesso basterebbe un sorriso, una battuta sdrammatizzante ed “empatica”, e subito l’altro si scusa, sorride anche lui e la pace è fatta. Il sorriso è uno strumento potente.
    Questo modo naturale di comporre gli scontri diventa molto difficile se avvengono in forma scritta anziché in presenza. Lo scritto rimane e si può rileggere, e ci si può trovare ogni volta qualcosa di più sgradevole e provocatorio; qualcosa che spesso non era neppure nelle intenzioni di chi ha scritto. In questo blog mancano pure le “faccine” che, su facebook, possono stemperare o far capire meglio il senso di quello che si scrive.
    E’ un dato di fatto che sui social, con i messaggi su Whatsapp, su forum e blog, si litiga molto più facilmente che in voce, e spesso certi litigi si compongono come per incanto quando ci si incontra, o anche con una semplice telefonata.
    Il rimedio potrebbe essere favorire la creazione nelle città di sottogruppi, delle modalità di aggregazione che facilitino la conoscenza e il riconoscimento reciproco. Per quanto riguarda i rapporti scritti e a distanza, come su un blog, credo che se tutti creassero un profilo con foto, età e breve storia personale, si litigherebbe di meno. Più facile litigare con una tastiera che con una persona reale che ci guarda sorridendo “con empatia”.
    R

    li sopra c’è una foto di una persona reale che sorride, ha qualche anno è vero ma sono cambiata poco. In quanto al resto, le faccine sono spesso forme ipocrite di mitigare le offese o certi deliri dei quali si pensa di avere diritto di esporre e di essere persino condivisi. E conoscere i fatti miei ( ho detto molte volte che non mi piace raccontarmi) non le farebbe cambiare una virgola di quello che scrive. ho scritto cosi tanto qui sopra che se non mi conosce ancora, non capisce nulla delle persone anche se si atteggia a “psicologo” spesso e volentieri.

    Romolo scrive tanto è vero ma di rado e ci mette passione e quello che scrive è positivo anche se critica perché ricerca una maggiore unità nella per ora mancata unione europea.
    Mentre lei non fa che pontificare dal pulpito su ogni cosa. Non mi serve vedere la sua faccia, bastano le sue parole scritte a rendere l’idea di quanto poco andrei d’accordo con lei anche di persona.
    E non è stato affatto “frainteso”, lei ciurla troppo nel manico Lenzini e prende gli altri per stupidi.

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    • @Luigi Lenzini.
      “Per quanto riguarda i rapporti scritti e a distanza, come su un blog, credo che se tutti creassero un profilo con foto, età e breve storia personale, si litigherebbe di meno. Più facile litigare con una tastiera che con una persona reale che ci guarda sorridendo “con empatia”.
      Trovo interessante questa iniziativa. Tuttavia ho i miei dubbi che queste fotografie di persone sorridenti non possano essere manipolate (si veda il recente caso di Kate Middleton).
      Proporrei invece di rifarsi a personaggi cinematografici resi famosi da Hollywood per esprimere anche una similarita’ con il proprio carattere, tipo, Rick Blaine, Virgil Tibbs, Ben-Hur, Terry Malloy, Maximus Decimus Meridius, Atticus Finch, Tony Lipp, John J. Dunbar, Walt Kowalski, Paul Baumer e cosi’ via. Per il mio profilo sceglierei la foto di John Russel. E per quanto riguarda il suo?
      https://www.youtube.com/watch?v=-FCTES05FHw
      R
      apperò…ma se per caso volesse insinuare che la mia fotina potrebbe essere taroccata…guardi, me l’ha fatta mia zia di novant’anni (quando era ancora in vita) e sono proprio quella, forse non sono tanto fotogenica ma nessun tarocco. Ma neppure un mandarino.

      Rispondi
      • Mariagrazia.
        Mi son rivolto all “usual suspect” ed i personaggi da me nominati sono tutti uomini, visto che, da quando sono entrato nel suo blog, non ho mai riscontrato la firma di alcuna donna. L’idea della foto e del CV era cosi’ balzana che mi ha lasciato un po’ disorientato. Manco fosse una domanda d’assunzione per una multinazionale!
        Ritornando a noi, la sua foto neanche m’e’ venuta per la testa. Se si e’ offesa, mi dispiace e le chiedo scusa. Non volevo insinuare proprio niente. Se per caso lei avesse il gobbo, glielo direi direttamente in faccia senza giri di parole.
        PS: durante questi giorni di “typical english weather” ho preparato un piccolo dossier sul Ponte dello Stretto. Se per caso si dovesse tornare sull’argomento, glielo passerei volentieri. I miei amici l’hanno trovato interessante.
        R
        me lo mandi pure Luigi, vedrò se posso pubblicarlo.
        Ma io scherzavo sulla foto, mi piace anche scherzare ma a volte non vengo capita, forse mi spiego male.
        Le donne? Ce ne sono state, se sfoglia l’archivio le trova. E ogni tanto qualcuna scrive ancora. Ma talune volevano carta bianca per scrivere qui quello che pareva e piaceva e però io la carta bianca la do solo a me stessa, gli altri devono passare un minimo di “vaglio”. E poi forse sa, qui si parla tanto di politica e di guerra e le donne preferiscono altri argomenti oppure sono “intimidite” dal fatto che ci sono solo uomini…non saprei, ma, in generale, le donne scrivono meno.

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  10. Chiaramente non mi riferivo ai rapporti tra gli utenti e lei, che è persona abbastanza definita, ma tra utente e utente.
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    si, tra utente e utente si figuri, facciamo l’identikit? Ma per favore. E io che faccio? l’impiegata dell’anagrafe o la revisora delle biografie? Facciamo il catalogo della facce? Per quello c’è già FB che io detesto cordialmente, si figuri se mi andrebbe l’idea. Bocciato.

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