Scorrendo alcuni siti on line, mi sono imbattuta in un famoso dipinto di Magritte: La riconoscenza infinita. Un quadro bellissimo che mi ha fatto riflettere su quanto la riconoscenza sia quasi una parola sconosciuta, soprattutto in tempi difficili come quello nel quale siamo immersi. E mi sono chiesta quanto io sia capace di riconoscenza o, al contrario, come spesso mi scordi di cosa significhi esserlo. Il dipinto raffigura due uomini vestiti di nero che fluttuano in un cielo pieno di nuvole. La posizione delle due figure e la dimensione, mi fa pensare che l’autore volesse dare la sensazione che non fossero l’elemento più impattante ma che fossero intesi come un modo per rompere l’armonia di quel cielo. Due corpi estranei, ecco, due elementi di discontinuità.
Perché la riconoscenza è un elemento di discontinuità in quanto non rappresenta certo un sentimento prevalente tra quelli più comuni. Insomma, se consideriamo che ogni nuvola rappresenti un sentimento umano tra i più noti e frequenti, non serve che faccia l’elenco, i due ometti neri potrebbero essere intesi come la rappresentazione di un sentimento che esula da quelli ma è altrettanto importante. E, sempre secondo la mia personale interpretazione, Magritte forse ha voluto proprio sottolineare quanto l’uomo “comune” si scordi troppo spesso di provare un sentimento che dovrebbe essere invece sempre tenuto ben presente o almeno, non dimenticato.
Si si, lo so che molti critici d’arte hanno dato altrettante interpretazioni di questa opera e io sono solo una profana che è rimasta impressionata da un quadro che avevo visto altre volte ma sul quale non mi ero mai soffermata a riflettere. Lo faccio ora e qualcuno potrà trovare del tutto inadeguate le mie riflessioni, ci sta, come sempre quando propongo dei temi questi possono essere del tutto ignorati e bypassati, anche questo ci sta, ma il blog è per me, prima di tutto, un luogo dove mi esprimo e questo è già di per sé una cosa della quale posso essere riconoscente e lo sono anche nei confronti di chi legge o commenta queste mie riflessioni.
Ma ci sarebbe una lunga lista di cose o persone alle quali devo riconoscenza. Non ne faccio l’elenco perché sono cose private e io non sono certo una che si racconta e preferisco tenerle per me, ma una persona tra quelle alle quali devo riconoscenza, posso nominarla ed è, come è facile immaginare, la persona alla quale tutti dobbiamo riconoscenza cioè mia madre. E però tralascerò di elencare i molti motivi per i quali le devo riconoscenza oltre a quello scontato di avermi messa al mondo e non è stato un compito semplice visto che pesavo quattro chili e mezzo e mia madre era una donna alta ma mai è stata robusta e non lo era certo quando mi ha data alla luce. E anche dopo il travaglio non ha faticato poco nel gestire una figlia ribelle e con un carattere non proprio facile come me.
Ecco, il quadro di Magritte alla fine mi ricorda di essere riconoscente per le tante cose belle che la vita mi ha dato e spero mi darà, essere riconoscente serve anche a farci dimenticare i dolori, la sofferenza, le ansie che, inevitabilmente la vita porta con sé ed ho deciso che da domani mi ricorderò che essere riconoscenti ogni giorno anche solo per la vista di un alba o di un tramonto o anche per cose molto più banali come il cibo o la vicinanza di una persona cara, è un modo per dimenticare le tante cose difficili da affrontare, piccole o grandi che troviamo sul nostro cammino e a superarle con un animo più “leggero” perché possiamo sempre trovare conforto nelle cose per le quali dobbiamo essere riconoscenti.

La riconoscenza, secondo me, è una questione sottile.
Credo che sia naturale e apprezzabile che una persona provi riconoscenza verso un’altra persona che l’ha aiutata, guidata, protetta; dalla quale ha avuto del bene o semplicemente della simpatia.
Credo, invece, che nessuno abbia il diritto di pretendere riconoscenza dagli altri, perché, quando facciamo qualcosa per gli altri, lo facciamo quasi sempre volentieri, e quindi con piacere, e non con sacrificio.
Ci sono naturalmente delle eccezioni, come donare un rene o altro organo ad un figlio, e altre situazioni di forza maggiore.
Nel caso dei genitori è giusto che i figli apprezzino i comportamenti dei bravi genitori che li hanno aiutati e formati, ma non credo che gli debbano riconoscenza.
Una coppia fa un figlio per il piacere di averlo, allevarlo, vederlo crescere, e, perché no? per avere una compagnia e delle frequentazioni da vecchi; non certo per generosità verso il figlio (donargli la vita).
D’altro canto, i figli non sono loro a chiedere di nascere e, se i genitori li fanno nascere, hanno il dovere di fare il massimo per il loro bene.
I genitori che si aspettano riconoscenza dai figli non sono onesti con se stessi; a maggior ragione quando non sono riusciti ad essere dei buoni genitori e hanno cresciuto dei figli complessati.
Secondo me, per andare d’accordo con gli altri, bisogna pensare che con loro siamo sempre mediamente in pari; che non abbiamo debiti che ci fanno sentire in colpa, né crediti che rischiano di non essere riconosciuti e provocano amare delusioni.
Meglio un atteggiamento di simpatia libero e paritario.
R
la riconoscenza deriva dall’amore non da un astruso calcolo pseudo matematico.
Signora Gazzato, infatti avevo premesso che era una questione sottile; però mi ero sforzato di spiegarla con degli esempi.
Il concetto di “astruso calcolo matematico” c’entra come il cavolo a merenda. Non capisco come le sia venuto in mente leggendo quello che ho scritto. Forse ha letto solo l’ultima frase.
Stavo parlando equilibrio di sensazioni, di rapporti affettivi, di atteggiamenti psicologici, di empatia; non di economia.
L’amore c’entra anche lui poco. Ci può essere amore senza riconoscenza e riconoscenza senza amore.
Io sono riconoscente ad alcuni dei miei capi e ad alcuni dei miei amici che mi hanno aiutato o che mi hanno insegnato delle cose e sono stati di esempio; e non per amore. Sono perfino riconoscente ai politici che hanno fatto le cose giuste.
R
Devo leggere sempre tutto quello che scrive e anche in questo caso l’ho fatto, e noto il garbo col quale risponde alla mia osservazione.
“Questione sottile”? “sforzato”?, si sente che si sforza, e non mi meraviglia che lei non capisca.
La riconoscenza è una forma alta di amore, nelle relazioni è un sentimento che lega le persone, non provare riconoscenza verso chi ci ascolta,ci risponde, ci ama, ci cura, o semplicemente dimostra empatia nei nostri confronti o, come nel caso dei genitori (ma non sempre è vero) ci mette amore nel crescerci (anche se non sempre riesce a dimostrarlo) e le ricordo che nasciamo tutti da un atto d’amore, almeno nella maggioranza dei casi, dimostra quanto poco valore diamo alle persone con le quali ci relazioniamo. Mettere al mondo qualcuno è un atto d’amore che richiede uno sforzo enorme, lei fatica a capirlo perché lo “sforzo” che ha fatto nel generare i suoi figli non è neppure lontanamente equiparabile a quello che ha fatto sua moglie nel partorirli. Non mi meraviglia che non capisca e che tratti l’argomento come un ragioniere la partita doppia. Non mi stupisce se non capisce neppure la “spiegazione”. E lei non è il solo che “si sforza”.
Aristotele scriveva:
“La gratitudine è un sentimento che invecchia troppo presto”. E forse per qualcuno non è mai neppure nato.
A me il dipinto di Magritte più che riconoscenza suggerisce smarrimento. Quei due signori hanno smarrito la via terrena, si trovano identici tra le nuvole, identicamente vestiti, uno a tastare col bastone il terreno che non c’e, l’altro a indicare col dito la via che non trova. Al contrario dell’Urlo di Munch, non mostrano sgomento, ma compostezza, di fonte lo smarrimento di esistere.
R
le sensazioni che proviamo davanti ad un dipinto possono essere molteplici e riferite anche al momento che stiamo vivendo.
Bisognerebbe chiedersi perché Magritte gli ha dato quel titolo.
“Credo, invece, che nessuno abbia il diritto di pretendere riconoscenza dagli altri”…
Giusto Luigi è così, ma se gli altri non si comportano conseguentemente per me possono serenamente e pacatamente andare a ca..re.
Di parassiti a questo mondo ce ne sono fin troppi e si approfittano scientemente della generosità altrui, in carriera ne conosciuto a decine e anche tra la parentela gli esempi negativi abbondano.
Però è giusto sentirsi in pace con se stessi “apprescindere” diceva Totò, per cui è bene non aspettarsi nulla ma trarne poi le debite conseguenze.
René Magritte?
Un grande artista commercialmente tra i più sfruttati per il suo illusionismo onirico.
A59, il problema di fondo è che le cose che facciamo non hanno lo stesso valore per chi le fa e per chi le riceve, per cui a volte non c’è equilibrio.
E non parlo sono di scambi di favori, ma anche di sentimenti.
Nel lavoro ho avuto anch’io delle delusioni. Con certe persone ho continuato a collaborare perché l’organizzazione lo richiedeva, ma non le avrei mai invitate a cena a casa mia. Si può lavorare insieme a vari livelli.
Un mio amico, presidente di un’associazione che si occupa di scienze naturali si lamenta del fatto che alcune persone che ha aiutato a scrivere e pubblicare articoli scientifici non mostrano abbastanza gratitudine.
Io gli ho fatto presente che quello che ha fatto ha gratificato anche lui; che lo ha fatto sentire importante e apprezzato, e che tanto gli deve bastare. La gratitudine, se arriva bene; se no, pazienza!
Se passiamo al campo delle relazioni sentimentali, molti si convincono di aver dato più amore di quanto ne hanno ricevuto. Ricordo una donna che aveva attuato la “damnatio memoriae” nei miei confronti negando o squalificando i momenti belli ed enfatizzando quelli brutti. E’ una reazione psicologica difensiva tipica per non rimpiangere una storia che è finita.
R
Lenzini, ci risparmi per favore, lei sta facendo di questo post che intendeva parlare della riconoscenza un pretesto per … incensarsi, eviti di parlare delle sue storie extra “finite” male, per favore, non sono interessanti al fine della discussione anche perché la controparte che lei definisce “una donna”, non si può difendere. Il tema del post è la riconoscenza che si “riconosce” non quella che ci si aspetta. Legga i post invece di pontificare a vanvera!
L’importante è che mi abbia pubblicato il messaggio e che altri lo possano leggere, per cui la ringrazio.
R
certo, molto importante, vitale direi.