La foresta interiore

Ci sono al mondo dei luoghi da sogno, città sull’acqua o attraversate da grandi fiumi dove l’ingegno umano nei secoli ha tracciato dei segni indelebili, frutto di creatività esplosiva e spesso di ingegno sublime. Le conosciamo tutti, le abbiamo visitate nella realtà o in sogno o viste nei libri o nei documentari, nei film e in internet. Certe sono davvero luoghi incantati. Il rovescio della medaglia è che spesso, la creatività e l’ingegno umano viene soffocato da detriti lasciati da una umanità in cammino, spesso senza rispetto per niente e nessuno e che vive dentro di sé l’angoscia di una vita precaria ricca solo di solitudine interiore ed esteriore. E che è preda di criminali senza scrupoli pronti a tutto e capaci di tutto. Le nostre città,, anche quelle ricche di arte e storia e che sembrano uscite dalla bacchetta magica di una fata, sono invase di personaggi strani, anime perse e spaesate, ruminanti di continuo un odio sordo verso chi appartiene alle città e le abita e le vive di diritto. Loro i diritti non sanno che cosa sono, conoscono la legge del più forte e che sopravvive nella loro foresta interiore che si portano dietro ovunque vadano. Fanno molti danni, vivono in piccoli branchi che confliggono tra loro e dentro di loro. Le stazioni dei treni e i treni stessi, sono le loro dimore d’eccellenza. Nessuno li può mandare via perché ritornano sempre e il nostro dovere di accudimento insito dentro la civiltà cui apparteniamo, ci impedisce di scacciarli definitivamente. Solo blandi ammonimenti e poco più che non sortiscono nessun effetto se non quello di incrudelirli ancora di più. Episodi continui e odiosi di violenti attacchi contro le cose e le persone, pochi giorni fa una ragazza aggredita su un treno regionale da un ragazzo di questi, aggredita e insultata e le mani addosso e intorno alla gola e la minaccia: “ti uccido”. Si è salvata gridando e difendendosi e non so più come. Ma ne succedono tutti i giorni di casi così. Il nostro dovere di accoglienza cozza contro questa tremenda realtà. Ronald Reagan, nel suo ultimo discorso disse che chiunque emigrasse in un paese straniero non poteva mai veramente dirsi appartenente ad esso, mentre chiunque emigri in America e ci viva può ben dirsi a buon diritto americano. Ma erano tempi diversi e anni luce fa. Ora l’emigrazione è vista come un grosso problema per tutti e la solidarietà e l’empatia hanno lasciato il posto alla diffidenza e anche alla paura. E la volontà di regolare i flussi migratori e impedire che le nostre città diventino dei bivacchi permanenti a cielo aperto dove vi scorrazzano bande di criminali è uno dei banchi di prova di ogni ogni nuovo governo. E qui l’ingegno e la creatività lasciano il posto alla praticità e alla inventiva che sono sempre vincolate all’economia. Nessun guizzo o lampo di genio può esserci senza un grave dispendio di risorse. Il nuovo sindaco di New York è un signore di 34 anni e di se stesso dice che è un immigrato e ricorda a tutti quanto gli immigrati hanno contribuito in America a farla quella che è. Ma in America tutti sono immigrati e tutti sono americani, come diceva Reagan. Persino il presidente è un immigrato ma è diventato presidente degli Stati Uniti. Come Zhoran Mamdani è diventato sindaco di New York. E Mamdani è americano, mussulmano e nato in Uganda, mentre il sindaco di Londra, Sadiq Khan, mussulmano nato a Londra da genitori del Pakistan, non può davvero dirsi “pienamente” inglese. E anche da questa parte del mondo ci sono immigrati che si sono inseriti benissimo nel tessuto sociale di vari paesi, ma ce ne sono anche purtroppo troppi che non hanno intenzione di fare base in nessun luogo e non scelgono la strada della legalità ma quella del crimine diventando ogni giorno di più un problema serio e quasi irrisolvibile, ingestibile e ingovernabile. E riducendo le nostre città a luoghi insicuri e pericolosi e a tratti, specie nelle periferie ma anche in pieno centro, invivibili.

4 commenti su “La foresta interiore”

  1. Vivendo a Roma condivido a pieno.
    Non c’entra niente il razzismo, e pure la xenofobia c’entra poco.
    Non è tanto un problema di razza o cultura; è un problema di qualità.
    L’Italia ha una democrazia debole, molto permissiva, non attrezzata per gestire l’immigrazione clandestina.
    Si può discutere se il multiculturalismo porti più vantaggi o svantaggi, ma è fuori dubbio che la delinquenza e il degrado fanno danni.
    La scalinata esterna che porta alla metro della stazione Termini puzza di pipì. Erano almeno 50 anni che per le strade italiane non si sentiva più quell’odore.
    Borseggiatori e borseggiatrici proliferano indisturbati e indisturbate, e i giudici sanzionano chi li riprende col cellulare.
    Stupri e rapine sono in gran parte opera di immigrati, e nelle carceri il 30% circa sono immigrati, che sono, invece, il 10% circa della popolazione.
    Fino ad una ventina d’anni fa si immigrava in Italia regolarmente comprando un biglietto aereo che costava poche centinaia di euro, e si immigrava sapendo di avere un lavoro.
    Quando ho ristrutturato la casa nel 2003 gli operai edili erano quasi tutti egiziani, ma lavoravano bene, parlavano italiano, e probabilmente pagavano pure le tasse. Tanto di cappello ad un’immigrazione così!
    Oggi sembra che abbiamo perso il senso della realtà e ci divertiamo a farci del male. Ci castriamo per far dispetto alla moglie. (o al Salvini di turno)

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  2. Gli americani, neri o bianchi, sono tutti immigrati. Quei pochi che non dovettero attraversare l’oceano furono costretti nelle riserve. Anche noi proveniamo dall’Africa, ma sono storie vecchie: nell’epoca dei documenti di identità digitale anche gli spostamenti devono avere una logica. Accogliere chi scappa dalla povertà è una frase che fa subito sembrare buoni e caritatevoli, ma nella praticità non serve a nulla. Se tutti i poveri si spostassero in Europa o America cosa si risolverebbe? Qual è il limite oltre il quale lo spostamento non creerebbe un miglioramento per chi arriva e per chi riceve?
    Il limite è dato dalla possibilità di offrire delle condizioni di vita accettabili e la possibilità di mantenersi. Questo limite è stato superato perché, per i benpensanti, tutti hanno diritto di appollaiarsi in periferia e arrabattarsi con qualche espediente.
    L’occidente è ormai troppo fragile, attaccato da est e da sud forse è destinato a scomparire, ma per la durata di queste ultime generazioni che ci separano dall’essere risucchiati da dittature commerciali e religiose-integraliste, vorremmo goderci la nostra zoppicante ed imperfetta democrazia.
    R
    l’immigrazione incontrollata è un grosso anzi gigantesco problema, la povertà ha spinto anche in passato a cercare di sopravvivere emigrando, ma ora si tratta di masse enormi di popoli che si spostano da un continente all’altro per cercare di fuggire da guerre, malattie, carestie, inadeguatezza dei governi o dittature. E però non è possibile dare accoglienza a tutti e i flussi vanno regolati perché altrimenti chi arriva qui non trova accoglienza ma bande di criminali pronti a tutto pur di usarli per i loro sporchi fini.

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  3. Nel film “Io Capitano” secondo me è stato raccontato quello che succede veramente alla maggior parte dei migranti, che pensano di poter trovare in Europa il luccichio della ricchezza al posto delle condizioni sub-rurali in cui sono.
    Per questo si affidano a questi loschi personaggi, trafficanti di carne umana, che prendono i soldi e li rinchiudono in lager (altro che l’Albania) per poter estorcere altri soldi con torture e sevizie. Alla fine la scelta di affrontare il mare con una bagnarola arrugginita è la scelta migliore per scappare dal campo di concentramento, non dalla povertà da cui sono partiti.
    Purtroppo questi lager li possono contrastare solo i paesi che li tollerano. Noi, l’unica cosa che possiamo fare è di rovinare il mercato ai trafficanti.
    Ma anche gli italiani emigravano, diranno subito i miei piccoli lettori (cit.). Ma lo facevano viaggiando su mezzi pubblici e verso posti che di lavoratori avevano gran bisogno. Non andavano a ciondolare nelle periferie.
    Caso a parte erano quelli che esportavano la mafia: anche nella delinquenza eravamo professionali!

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  4. Mauro, concordo al 100%.
    Oggi dall’immigrazione arrivano, oltre a una minoranza di lavoratori validi, molti “ciondolatori”, e anche un bel po’ di mafia. Un po’ è mafia alloctona, tipo quella nigeriana, e un po’ sono risorse fresche che vanno a potenziare le mafie nostre.
    L’immigrazione non è un male sempre e comunque. Dipende da come si immigra e da quanti immigrano.

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