Il tour e le nostre speranze

Quante volte ci siamo sentiti chiedere: ma perché non pratichi qualche sport? Perché non fai un po’ di attività fisica?

Molte volte, credo. L’attività fisica è una ottima cura per molte malattie. Ma non voglio certo parlare di questo. Vorrei introdurre uno commento di Alessandro che è grande appassionato di molti sport e tra questi c’è il ciclismo.

A me il ciclismo ha sempre dato l’impressione di uno sport “povero”, nel senso che sembra il parente povero del calcio. In quanto a fatica sia fisica che psichica credo non sia inferiore a nessuno sport, perché occorre molta forza e anche molto coraggio e caparbietà per raggiungere certe mete e non solo in senso metaforico.

In questo anno orribile, l’anno della pandemia, lo sport, come tutto il resto, è stato penalizzato ma ora sta cercando di riprendere quota anche se con difficoltà.

Anche senza voler praticare uno sport agonistico , però, tutti, nel nostro piccolo e a tutte le età possiamo praticare una qualsiasi forma di attività fisica. Le mie preferite sono la camminata e il nuoto. Ma anche il ballo è un’ottima attività e non manco di tentare qualche passo di danza, ogni tanto, quando mi sento in vena.

Andare in bici poi, mi è sempre piaciuto moltissimo, ma, ultimamente, le strade sono cosi trafficate da avermene fatto passare definitivamente la voglia.

Devo dire che però non sono appassionata di ciclismo ma se capita di guardare qualche tappa, mi piace soprattutto ammirare i panorami attraverso i quali i ciclisti si inerpicano e alcuni sono veramente spettacolari.

I filosofi hanno cantato e decantato lo sport in molte forme. Cito questa frase di Seneca presa da “Lettere a Lucilio”

“Se manteniamo le nostre qualità fisiche e le nostre attitudini naturali con cura e serenità, nella consapevolezza di quanto sono effimere e fugaci, se non subiamo la loro servitù e non lo facciamo per influsso di oggetti esterni, se le soddisfazioni avventizie del corpo sono per noi nella stessa posizione in cui si trovano in un campo di battaglia gli ausiliari e le truppe leggere, allora esse possono essere di ausilio per l’anima.”

Credo fermamente che le mie passeggiate tra gli alberi siano state e siano tuttora di grande “ausilio per l’anima” per cui consiglio a tutti di passeggiare e di fare del moto appena se ne ha la possibilità.

Ora lascio il posto volentieri ad Alessandro e al suo post sul Tour de France. Speriamo che arrivi alla fine e che vinca, come sempre, il migliore. Ma la prima sfida credo sia quella al virus perché la vita di tutti possa finalmente rientrare nei binari di una “normalità” della quale tutti sentiamo più che mai il bisogno.

 

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IL TOUR AL VIA

di Alessandro Stramondo

Oggi, con un mese di ritardo è al via il Tour de France 2020, 103esimo da quando nacque nel 1903.
La Grand Boucle s’è dimostrata più forte di Coronavirus, fino a quando non si sa, perché i contagi purtroppo sono in aumento dappertutto.
Ma il Tour è una gara troppo importante e appassionante per subire un arresto(solo le guerra l’hanno fermato) e non destare l’attenzione dei tanti sportivi, che però sono stati invitati di assistere alla gara da casa, dinanzi ai televisori. Vedremo se nei numerosi colli da valicare non vedremo ancora l’accalcarsi dei tifosi impazziti per incitare i propri beniamini.
Un giro anomalo che mette a dura prova i partecipanti fin dall’inizio, ritagliato per gli scalatori, sei arrivi in salita, 29 colli da scalare, unica tappa a cronometro alla penultima tappa, una cronoscalata che fino all’ultimo potrebbe decidere sulle sorti del vincitore.
Sparuta la rappresentanza italiana, una volta che Nibali, sulla via del tramonto, non partecipa, e Aru non può avere ambizioni oltre un’affermazione di tappa.
Chi sono i favoriti alla vittoria finale?
E’ d’obbligo Egan Bernal, colombiano di 23 anni.
Seguono, il trentenne sloveno Primoz Roglic, ex campione di salto con gli sci, sempre che si sia ripresa dalla caduta nel Giro del Delfinato, lo spagnolo Mikel Landa, anch’esso trentenne, che dovrebbe trovare terreno adatto per le sue doti di scalatore, Nairo Quintana, colombiano, altro trentenne, anch’esso forte scalatore.
Altri nomi: Tom Dumoulin, Thibaut Pinot, Richard Carapaz, Julian Alaphilippe, Emanuael Buchmann, Bauke Mollema.
Ma il pronostico è reso più difficile dalle stato di precarietà in cui si è vissuto, dalla possibilità a meno di allenarsi in maniera opportuna, e dalla aleatorietà di cui il Tour sarà caratterizzato: basteranno due positività in una stessa squadra, per mandarla in quarantena, e addio speranze.
A maggior ragione, auguri al Tour, che sia di auspicio per un rapido ritorno alla normalità.

 

 

 

30 commenti su “Il tour e le nostre speranze”

  1. Prima tappa nello scenario magnifico della Costa Azzurra, un circuito da ripetere tre volte per un tiotale di 156 km, nell’entroterra di Nizza, e conclusione nella bellissima Promenade des Anglais.
    Un percorso difficile con tre brevi côtes da scalare e relative discese molto pericolose.
    Subito al via, parte una fuga a tre ripresa a 55 km del traguardo. La pioggia battente rende subito più pericoloso il percorso , infatti le cadute non si contano: Amador, Nieve, Ewan, Bannet, etc. ne fanno le spese, Izaguirre addirittura sbatte contro un muro. Tutti, o quasi rientrano sfruttando le scie della auto del seguito, e anche perché il gruppo responsabilmente decide di non forzare.
    Intanto vengono inquadrate tra boscaglie rigogliose, magnifiche località e monumenti, come l’Église Saint-Nicolas a Gattieres, le Chateau de Tourrette Levence, les Ruines de Castel Nuovo.
    Bellissimo anche il panorama di Nizza e del suo porto ordinatissimo, pieno di panfili e imbarcazioni minori.
    La volata finale vede il gruppo compatto spezzarsi per un’altra caduta, stavolta ne fa le spese Pinot, uno degli aspiranti alla vittoria finale.
    Vince il trentatreenne Alexander Kristoff, norvegese, davanti a Pedersen e Bol. Battuti gli altri velocisti, Sagan, Ewan, Van Aert e il nostro Nizzolo.

    Ecco la volata vittoriosa di Kristoff

  2. Anche oggi il Tour si sofferma a Nizza e dintorni e già dà agli scalatori la possibilità di mettersi in luce: si affrontano le Alpi Marittime, due colli di prima categoria, un colle di seconda categoria e un ultimo colle minore in prossimità del traguardo, per un totale di 186km. Proprio quest’ultimo colle sarà decisivo.

    Sole splendido e bellissimi paesaggi di borghi scevri di sovrastrutture “inquinanti”, in stile omogeneo e struttura urbana rispettosa della natura, e distese di abetaie lussureggianti sulle pendici delle colline.

    La gara è caratterizzata dalla fuga iniziale di otto uomini, Sagan, Postelbergher, Cosnefroy, Asgreen, Skujins, Perez, Gogl e il nostro Trentin che si aggiudica la volata del traguardo intermedio, ma poi viene riassorbito a causa di una foratura.
    Il francese Cosnefroy si aggiudica il Gpm del Col de la Colmaine, mentre Perez taglia per primo il traguardo del Col de Turini che, inquadrato dagli elicotteri al seguito, offre una magnifica vista dei suoi tornanti.

    A 40 km dall’arrivo il gruppo riassorbe gli uomini in fuga , e sull’ultimo colle minore è Alaphilippe a scattare, memore delle gesta dell’anno precedente che l’hanno visto in maglia gialla per molti giorni cedendola solo alla fine.
    Lo agganciano Hirschi e Yates, ma il francese li batte nell’ordine con una volata bruciante, mentre il gruppo a ridosso sembra volerli travolgere.
    Alaphilippe conquista la maglia gialla e pare in ottima forma, gli altri scalatori sono avvertiti.
    Il vincitore di ieri Kristoff, attardato pure da un guasto meccanico, fa la fine di tutti i velocisti all’apparire delle montagne, accusando un ritardo incolmabile.

    https://cyclingpro.net/spaziociclismo/video/video-seconda-tappa-tour-de-france-2020/

  3. Terza tappa, da Nizza a Sisteron, nell’alta Provenza, 198 km, con tre colli di terza categoria, e uno di quarta, roba da poco , adatta ai passisti e ai velocisti.
    Fuga di un solo uomo, il francese Cousin, barbuto e capelluto (una rarità tra i ciclisti), vive il suo momento di gloria effimera, sa che sarà ripreso, ma intanto spinge sui pedali con coraggio e determinazione. La fuga finirà a 16 km dal traguardo, dopo circa 180 chilometri, si sa, il gruppo non perdona, raramente si lascia sfuggire la preda in tappe come questa, di coefficiente di difficoltà 2( su 4)

    Intanto che lui macina chilometri passano Digne-les-Bains, Courbons, Aiglun, Mirabeau, tutti borghi pittoreschi, ordinati, perfettamente integrati all’ambiente circostante. L’elicottero riprende lo spartiacque delle catene montuose, poi l’esteso parco centrale fotovoltaico, anch’esso bene integrato col paesaggio, e infine l’incredibile formazioni rocciose chiamate Les pénitentes des Mées, che richiamano giganteschi monaci penitenti. Tra i tifosi a bordo strada si rivede il Diavolo col tridente che spicca balzi di incoraggiamento ai corridori.

    Raggiunto il fuggitivo solitario il gruppo prepara la volata ai velocisti, ciascuno dietro il suo “treno” che va a 60 all’ora col vento contrario.
    Ma occorre fare i conti con gli spartitraffico e le rotonde, ostacoli micidiali per il gruppo compatto che fila, e infatti una caduta mette fuori combattimento alcuni corridori te i quali Van Aert uno dei favoriti per la volata finale.
    La volata, ripresa con le telecamere frontalmente, è impressionante, un ondeggiare di biciclette che quasi si toccano e fanno scintille, si spingono, sembra che si scontrino, i corridori fanno esplodere in pochissimi secondi una potenza impressionante, sembra che debba seguire terribile botto. Invece no, proseguono nel supremo sforzo finale: c’è uno che ha staccato tutti, ma un altro che sembra imbottigliato, sguscia serpeggiando tra le ruote e vince: è Caleb Ewan, vecchia volpe degli arrivi in volata, che batte Bennet e il nostro Nizzolo.
    Maglia gialla sulle spalle di Alaphilippe.

    Risposta
    beh, che dire? sembra di vedere la tappa a leggere il commento di Alessandro! Devo dire che ne ho visto un pezzetto, davvero spettacolare il panorama e la cura che i francesi mettono nel loro territorio, magari fosse cosi anche da noi che abbiamo scorci davvero meravigliosi che non hanno nulla da invidiare a nessuno ma, purtroppo trascurati e lasciati andare senza manutenzione. Ci sarebbe da fare tanto e impiegherebbe tante persone…

  4. Oggi. quarta tappa, da Sisteron a Orcières-Merlette, 160 km di percorso tormentato con quattro colli di terza e quarta categoria, e primo arrivo in salita fino ai 1825 m del traguardo. Una salita di dieci chilometri e pendenza media del 6,7% che fa selezione, ma non basta ad infliggere distacchi considerevoli.
    Man mano che si sale il gruppo si allunga e si sfoltisce, è come una volata lunghissima senza velocisti, sono gli scalatori e i passisti-scalatori che si disputano la volata, la spunta lo sloveno Roglic uno dei favoriti alla vittoria finale, che batte il suo compatriota Pogacar. Alaphilippe mantiene la maglia gialla con un vantaggio di 7” sul vincitore di tappa.
    Inquadrato dalle telecamere dell’elicottero, l’osservatorio astronomico NOEMA, con radiotelescopio composto di 12 antenne paraboliche poste su un alto pianoro, il Plateau de bure.

    Nel guardare le splendide immagini che la televisione ci offre del Tour de France, la mente va indietro negli anni e si sofferma al tempo in cui le gare a tappe -non solo il Tour , ma anche il Giro d’Italia- erano un’avventura misteriosa.
    Le gesta erano narrate dai cronisti delle radio e dei suiveurs –tra essi, a parte i giornalisti sportivi, quali Emilio De Martino, Gianni Brera, Orio Vergani, Giorgio Fattori, Gaston Benac, Andrè Luduq etc.- anche scrittori di fama quali Dino Buzzati, Vasco Pratolini, Anna Maria Ortese.
    Le notizie erano frammentarie, alcuni motociclisti facevano la spola tra le testa della corsa e le auto ammiraglie o quelle dei giornalisti al seguito, che intruppati in fila, vedevano ben poco di ciò che succedeva. Il collegamento all’arrivo attraverso la voce del radiocronista era il momento più atteso per conoscere cosa fosse successo nell’interminabile tempo in cui s’era svolta la tappa(allora anche 10 ore sul sellino, oggi 4-5 ore)
    E’ di quei tempi la celeberrima frase di Mario Ferretti:
    “Amici sportivi italiani, buongiorno, vi parlo dal traguard di Pinerolo, a dieci chilometri dall’arrivo un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco celeste, il suo nome è Fausto Coppi”.
    Poi arrivava il motociclista Parolfi a dare le ultime notizie e mostrare le lavagnetta dov’era scritto col gesso il distaccò degli inseguitori. La sera, sistematisi tutti negli hotel, c’era modo di informarsi meglio su quanto accaduto, di integrare gli appunti, di strappare qualche intervista agli stessi protagonisti, colti perfino nella vasca da bagno, o ai direttori tecnici delle varie squadre, per poi dettare l’articolo alle varie testate.
    Oggi invece, con la Tv, siamo tutti suiveurs: la televisione ti offre tutto ciò che c’è da vedere, ciò che succede in testa, come reagisce il plotone, ovvero il gruppo, le sbandate in discesa, le forature, le cadute, il volo al di là di un muretto, i soccorsi, il martirio dei ritardatari, l’inseguimento di coloro che sfruttano le scie compiacenti delle auto ammiraglie, l’abbandono della gara; oppure il dettaglio della catena tesa sul pignone, le gocce di sudore che scendono copiose dalla fronte, lo sforzo di uno scatto improvviso, la resa del fuggitivo stremato al gruppo che avanza inesorabile.
    E poi tuto il contorno, i tifosi ai bordi delle strada, le creste dei monti, la vegetazione che ricopre le colline, il fiumi che scorrono, i ponti che li attraversano, le campagne disseminate di piccoli borghi, le chiese, i castelli, il serpente stradale che sale o discende sul limite dei burroni. Che meraviglia!

  5. Quinta tappa del Tour, dagli 856 metri di Gap ai 277metri di Privas, città nota per la produzione di marron glacés e marmellate di castagne.
    Prevalenza di discese disseminate di qualche lieve strappo in salita e arrivo dopo 183 chilometri In leggera salita.
    Soliti magnifici scenari, ordinati insediamenti rurali con le loro chiese attorniate di piccole case (a cerchi concentrici a Taulignau), tra una grande varietà di campi con filari di alberi da frutta, vitigni, e distese di castagni.
    Il gruppo si assottiglia nelle discese e si ricompatta subito dopo, così fino all’arrivo, dove il velocista belga Van Aert (ex campione del mondo di ciclocross) batte di mezza ruota C. Bol e Bennet. Segue il gruppo molto allungato.
    Da segnalare il campione del mondo Pedersen, che, dopo una foratura, sfrutta con sfrontatezza le scie delle ammiraglie per rientrare nel gruppo. Sembra ormai assodato che la giuria tolleri questa furbizia, e ciò potrebbe essere pure comprensibile.
    Incomprensibile invece come la stessa giuria possa penalizzare di 20” la maglia gialla Alaphilippe per avere preso una borraccia d’acqua fuori dalla zona consentita. Così il francese, encomiabile per combattività, ha perso la maglia gialla che è passato sulle spalle del britannico Adam Yates.
    Vittima di questi regolamenti balordi rimase una volta Fausto Coppi al suo primo mondiale. Mentre era lanciato verso una sicura vittoria, fu vittima di una foratura, e mentre il meccanico al seguito stava per sostituirgli la ruota, un tizio delle giuria pretese che fosse lui a riparare il tubolare bucato, con mastice e toppa. Da allora, Coppi avrebbe dovuto attendere ben 7 anni per vincere il suo primo e unico mondiale.

    Risposta
    certo, la bravura e l’impegno ma anche un pizzico di fortuna gioca il suo ruolo…

  6. Sesta tappa del Tour, La Teil-Mont Aigoual di 191 km. con arrivo in salita.
    Percorso facile per i primi 140 chilometri, poi due colli di terza categoria e il Col de la Liusette, di prima categoria, quindi breve discesa e salita finale fino ai 1560 metri di Mont Aigoual.
    Una tappa tosta, ma già a due chilometri dal via, si staccano otto corridori in fuga, nessuno giurerebbe che sarebbero stati gli unici protagonisti delle gara.
    Il loro vantaggio sul gruppo sale a circa 6 minuti, che verranno erosi a poco a poco, ma non per quattro di essi.
    Roche vince i due Gpm di terza categoria, poi viene riassorbito dal gruppo., Successivamente Powless dà un primo scossone che riduce il gruppetto dei fuggitivi a quattro , quindi riparte, ma stavolta Lutsenko gli è addosso e rilancia, passa per primo sul Col de Luisette precedendo Herrada,
    Nel frattempo dal gruppo s’era staccato il nostro Fabio Aru nel tentativo di inserirsi tra i fuggitivi, ma purtroppo è un fuoco di paglia, riesce solo a piazzarsi terzo al Gpm di prima categoria, poi viene riassorbito.
    Invece Lutsenko, prosegue nella sua azione sulla salita finale, il campione nazionale kazako va spedito verso la vittoria per distacco, precedendo Herrada di 56”, Van Avermaet di 2’15”, Powless di 2’17”, i magnifici quattro (189 km di fuga). Seguono tutti gli altri del gruppo alla spicciolata.
    La maglia gialla rimane sulle spalle di Yates che precede Roglic di 3” e Pogacar di 7”. Già i pretendenti alla vittoria finale si profilano, ma il Tour ancora è a meno di un terzo del suo percorso, ogni previsione può essere smentita.

    Risposta
    povero Aru…ci fossero dei veneti nel gruppone gli griderebbero…aru che te ciapo!

  7. Settima tappa del Tour de France, Millau-Lavaur di 168 Km.
    I pronostici prevedono una tappa tranquilla, visto che domani si affrontano i Pirenei: qualche scaramuccia per i cacciatori di punti per la Maglia a Pois (oggi tre Gpm di terza categoria), e poi rientro nei ranghi, gruppo compatto e sprint finale tra i migliori velocisti. Dati per favoriti Caleb Ewan e Sam Bennet, ma qualcuno aveva perfino azzardato la possibilità di vittoria di uno dei nostri velocisti, Nizzolo o Viviani.

    E invece… pronostici completamente sovvertiti, la bagarre si scatena subito lanciata proprio dalla maglia verde Cosnefroy per la conquista del primo Gpm.
    Così il gruppo si fraziona, anche per il forcing della squadra Bora-Hansgroe che mira a fare selezione per la vittoria finale di Sagan. Via via I più temibili velocisti restano staccati, senza più speranza di rientrare.

    Si formano tre gruppi:
    quello di testa con la maglia gialla Yates, Roglic e Bernal, ossia i pretendenti alla vittoria finale e, oltre a Sagan, un passista velocista delle forza di Van Aert, etc.
    Un secondo gruppo comprendente Cosneroy, il velocista Bennet, e, fra gli altri, il nostro Pozzovivo;
    un terzo gruppo coi velocisti tagliati fuori definitivamente, tra i tanti, Caleb Ewan, Kristoff, e i nostri Nizzolo e Viviani.
    In questa situazione ogni iniziativa ioslata è destinate a morire. Così accade a De Gendt, specialista di fughe solitarie non sempre riuscite, che tenta la sortita dal primo gruppo (verrà ripreso a 35 km dal traguardo) e a Carapaz che tenta invano di agganciarsi al primo gruppo.

    Iniziata la lunghissima discesa senza curve della seconda parte delle tappa, il gruppo di testa, ad una velocità che supera i 70 km/ora, si sfilaccia, si fraziona ulteriormente. Solo i migliori passisti riescono a tenere il passo forsennato, mentre cedono Pogacar, Landa, Porte, Mollema, etc.
    In volata si afferma di forza il belga Van Aert (Jumbo Visma) già vincitore della prima tappa, davanti ad Hagen e Coquard.
    Adam Yates resta in maglia gialla con 3” su Roglic e 9” su Martin.

    Belle immagini del Parc national de Haut-Languedoc, mentre nelle campagne i contadini si ingegnano nella composizione di simpatici quadri coreografici, utilizzando balle di fieno e strumenti vari di lavoro: uno di questi mostrava un’enorme bicicletta le cui ruote formate da un insieme di trattori in movimento davano l’illusione della rotazione. Il tutto per la gioia di vederli inquadrati per una minima frazione di tempo.

  8. L’ ottava tappa, Cazeres-Loudenvielle, prima frazione pirenaica, con la scalata di tre colli, il Col de Menté (1ª cat.), il Port de Balès (Horse cat.) e Col de Peyresourde (1ª cat.), ha deluso le aspettative di chi pensava che i big aspiranti alla vittoria finale, o comunque all’alta classifica, uscissero allo scoperto per darsi battaglia.

    Ha invece confermato che i Pirenei, al Tour, non sono quasi mai decisivi, sono sempre le Alpi a dire l’ultima parola, e poi, la tappa era troppo breve(140 km) e troppo lontana dalla fine del Tour per potere incidere visibilmente sulla classifica generale.

    La gara si svolge su due piani:
    quello della vittoria di tappa, lasciata ad un manipolo di corridori fuori classifica in fuga (Cosnefroy, N.Peters, Zakarin, Powless, Cousin, Verona e altri sette) e quello degli uomini di classifica rimasti in gruppo a controllarsi per poi provare qualche timida sortita nell’ultima salita.
    Sul Col de Menté (1ª cat.) passa per primo la maglia a pois, Cosnefroy,
    ma il colle più duro, il Port de Balès (Horse cat.), è appannaggio di Peters in fuga con Zakarin.
    Il francese in discesa stacca il compagno di fuga molto incerto nelle curve, e procede coraggiosamente da solo, si aggiudica pure il Gpm del Peyreourde(1ª cat.), colle tradizionale del Tour, e infine la vittoria di tappa per distacco. Zakarin negli ultimi chilometri cede visibilmente e viene superato dagli inseguitori.

    Poi. staccato, il gruppo dei migliori che tentano qualche sortita: scatta Alaphilippe, ma viene ripreso e poi crolla. Altra vittima illustre, il francese Thibaut Pinot, in crisi nera, vanamente confortato dai compagni di squadra. In precedenza aveva abbandonato il nostro Giacomo Nizzolo.
    Provano a uscire Pogacar, Roglic e Quintana, ma la reazione della maglia gialla Yates, inizialmente sorpreso, non tarda a venire. Alla fine la classifica generale, a parte le predite su citate rimane pressoché immutata:
    1.Yates, 2.Roglic a 3”, 3.Martin a 9”
    Immutate le altre maglie: Maglia a pois, Cornfroy; Maglia verde, Sagan; Maglia bianca, Bernal
    Domani seconda tappa pirenaica, poi il meritato giorno di riposo (anche per me)

  9. Classifica sconvolta dopo la seconda tappa pirenaica, la maglia gialla cambia proprietario, passa sulle spalle del favorito, lo sloveno Roglic, gli altri favoriti del Tour si attestano nelle prime posizioni di classifica, ma i distacchi sono ancora minimi, la lotta per la vittoria finale è ancora apertissima.
    Vince la tappa Pogacar, un altro sloveno, mentre va in crisi profonda il nostro Fabio Aru, che poi abbandona la gara .
    La, Pau-Laruns, nona tappa del Tour di 153 km, presenta cinque colli da scalare, due di prima categoria, il Col de la Hourcère e il Col de Marie Blanque, quest’ultimo, posto a soli 18 km dal traguardo, negli ultimi due km. ha pendenze superiori al 10%.
    Il gruppo va forte fin dall’inizio tirato dal team Jumbo-Visma, segno che il capitano Roglic vorrà attaccare. Un gruppo di sei corridori, tra i quali lo svizzero ventiduenne Hirschi, riesce ad andare in fuga. Poi Hirschi rimane solo in testa, si aggiudica il Gpm del Col de la Hourcère, poi in discesa appiattendosi al massimo sulla bicicletta per ridurre la resistenza dell’aria, riesce a mantenere a distanza gli inseguitori immediati e il gruppo maglia gialla.
    Sul secondo colle si scatena la reazione del gruppo maglia gialla, soprattutto per merito di Pogacar, mentre il gruppo si fraziona, la maglia gialla Yates perde terreno. Sotto la sua spinta si uniscono all’inseguimento di Hirschi, i favoriti Roglic, Bernal e Landa. Hirschi passa ancora per primo sotto lo striscione del Gpm, ma il suo vantaggio si assottiglia,
    La folla, nutritissima in cima, urla, si scalmana, corre appresso ai corridori –si nota di nuovo il Diavolo saltellante- si para davanti ai corridori per incitarli. La maggior parte rispetta l’uso delle mascherina, ma l’eccitazione è tale che rischiano di farsi travolgere e di travolgere i corridori stessi.
    A poche centinaia di metri dal traguardo Hirschi viene ripreso dai quattro inseguitori, ma non cede, si accoda ad essi e disputa con loro la volata, sembra addirittura prevalere, ma negli ultimi metri è sopravanzato da Pogacar, che vince la tappa, e da Roglic.
    Ecco la nuova cassifica generale
    1° Roglic, 2° Bernal a 21”, 3° Martin a 28”
    Nota lieta il siciliano Damiano Caruso, di cui poco si parla, è 16° a 3’42”, primo degli italiani, peccato debba fare da gregario a Mikel Landa.
    Domani riposo, finisce la prima settimana del Tour. Altre due settimane ed è finita. Sospiro di sollievo per chi ha corso, peccato.

    Risposta
    beh, meritato riposo anche per te che hai fatto le “scalate” anche solo per scrivere e citare tutti questi nomi cosi difficili.
    Caruso mi suona bene, vuoi vedere che ci riserva delle sorprese? Magari un assolo in piena salita o discesa? E se vincesse? Potrebbe o sarebbe un miracolo?

  10. x Alessandro :

    “Domani seconda tappa pirenaica, poi il meritato giorno di riposo (anche per me)”

    E soprattutto direi anche per i lettori

  11. Mariagrazia,
    Damiano Caruso è un passista scalatore, forte in pianura, ma anche in salita, stessa tipologia di corridore di Fausto Coppi, ma… insomma in tono minore.
    E’ uno di quei corridori preziosi, come ce ne sono tanti, che fanno un lavoro oscuro, si sacrificano per il capitano, lo “tirano”, pedalando davanti a lui, per risparmiargli energie nelle interminabili tappe, specie se il vento è contrario. A volte entrano in qualche fuga col permesso del capitano e del direttore delle Casa per la quale corrono e possono sperare in un raro successo. Speriamo che in questo Tour possa trovare questa opportunità.
    Molti corridori, prima di affermarsi, hanno dovuto espletare questo tipo di lavoro,
    lui ha già 32 anni, ma si sa, nella vita non è mai troppo tardi. La stoffa, comunque c’è.

    Risposta
    beh, si, capisco, l’età per questo tipo di sport è un elemento essenziale ma potrebbe stupirci, a volte l’agonismo e la forza di volontà e soprattutto l’amore per questo sport cosi difficile ma anche cosi affascinante, possono fare miracoli.

  12. Dopo nove tappe, a che punto sono gli italiani partecipanti al tour?
    Di essi, come s’è accennato in precedenza, solo Damiano Caruso, sedicesimo a 3’42” dalla maglia gialla, potrebbe aspirare a un buon piazzamento in classifica generale o anche a una vittoria di tappa.

    Gli altri hanno tutti accumulato ritardi incolmabili: più di 48 minuti Pozzovivo, quasi un’ora Formolo. Seguono nell’ordine con oltre un’ora di ritardo, Alberti, Cataldo, Colbrelli, Venturini, Trentin, De Marchi, Marcato, Viviani, Consoni, Bonifazio.

    Di questi, il velocista Viviani, che s’è tolta già la soddisfazione di battere la maglia verde Sagan in un traguardo volante, potrebbe aspirare ad una vittoria di tappa in volata. Del giovane Formolo ci si può aspettare qualche buon piazzamento in una tappa di montagna.
    Ritirati Nizzolo e Aru: da quest’ultimo ci si aspettava un buon piazzamento in classifica generale.

    Purtroppo non possiamo che rimpiangere Nibali, vincitore di Giro, Tour e Vuelta, ma ormai in declino di età, a perciò giustamente non partecipante al Tour.

    Risposta
    beh allora non ci resta che sperare che Caruso si lanci in un assolo a perdifiato….Formolo mi sembra un settenano.

  13. Davide Formolo, non è l’ottavo nano, come il nome potrebbe far credere, ma è alto 1.81 m, ha 27 anni ed è nativo di Negrar di Valpolicella in Veneto.
    L’anno scorso ha vinto il Campionati Italiano su strada.

    Risposta
    beh i veneti sono alti, di solito, certo non tutti e da quelle parti ci sono belle zone collinari dove allenarsi, che faccio? Tifo per il veneto o per il siciliano? Per entrambi a fasi alterne o anche insieme.

  14. Dopo il meritato riposo, il Tour riprende con la decima tappa, Ile d’Oléron-Ile de Ré, di 168,5 km, piatta come un tavolo di biliardo, che congiungerà due isole costeggiando l’oceano.
    Unica difficoltà è che la zona è normalmente battuta da forti venti –proibitive quindi le sortite isolate- che costringerebbero i corridori a disporsi nella caratteristica formazione a ventaglio, che potrebbe frazionare il gruppo.
    Non riesce a trattenere il pianto l’irlandese Sam Bennet dopo la vittoria di tappa sui più forti velocisti, Caleb Ewan, secondo classificato e, soprattutto Sagan, terzo classificato, cui toglie di dosso la maglia verde. Più che un pianto di felicità il suo sembra un pianto di dolore, e forse lo è, perché vincere una tappa tirata a 47 km/h, piena di insidie a causa delle cadute, e condurre vittoriosamente una volata tirata, trattenendo il respiro, allo stremo delle proprie forze, deve essere una sofferenza indescrivibile.
    Nota positiva il nostro Trentin, che si classifica primo al traguardo intermedio precedendo Sagan e Bennet, e il nostro Viviani che si classifica quarto al traguardo finale.
    Protagonisti in negativo della tappa, gli innumerevoli spartitraffico di cui è disseminato il percorso, causa di tre o quattro cadute di gruppi di corridori, fra i quali Pogacar, Martin, Coquard, e il nostro Formolo, che si rialza veramente malconcio.
    Indescrivibili i paesaggi e la varietà di colture che si susseguivano lungo la fascia che bordeggia l’oceano, i colori della vegetazione, delle spiagge, e dei corridori che percorrono il ponte che congiunge l’isola del Re alla terra ferma, lunga striscia colorata sospesa sul mare spumeggiante solcato da vele.

    Risposta
    sempre spumeggiante il tuo racconto della tappa, ne fai una raccolta di sensazioni e di emozioni legate sia agli stati d’animo dei ciclisti, sia alla bellezza incomparabile del paesaggio (anche se certi scorci italiani non hanno nulla da invidiare alla Francia).
    Dispiace per Fromolo (e Fremolo non c’é?) ma gli spartitraffico sono messi li apposta da qualche architetto urbanista sadico, ce n’è più di uno, anzi direi persino troppi.

  15. Maariagrazia,
    Fremolo non c’è, deve ancora svezzarsi dall’allattamento della Lupa.
    Certo, i paesaggi italiani sono bellissimi, ma troppo spesso rovinati dall’intervento dell’uomo.
    Gli spartitraffico sono quelle strutture fatte a fin di bene che producono disastri, specie se non sono ben visibili. Al Tour spesso mettono un vigile che sbandiera a destra e a sinistra per evidenziarli. Ma c’è da temere per la loro incolumità, il gruppo lanciato a 70 chilometri l’ora è un mostro che travolge tutto.

    Approfitto per dire che in classifica generale non è cambiato nulla e che il nostro Pozzovivo, a fine tappa, si è ritirato a causa dell’infortunio occorsogli nella prima tappa.

  16. Undicesima tappa, da Châtelaillon-Plage a Poitiers di 167,5 chilometri, un Gpm di terza categotia e un traguardo intermedio.
    Tappa senza storia, se non fosse che la sede di tappa, Poitiers, ricorda la vittoria contro i Saraceni di Carlo Martello, a capo di Franchi, Germani, Sassoni e Svedesi, nel lontano 732.
    Ritornando alla tappa, appena dato il via, parte sparato il francese Ladagnous, che rimarrà in fuga per 124 km, la fuga più lunga del Tour di quest’anno. Certo, per chi non ha speranze di vincere,anche queste sono soddisfazioni, anche perché, per il vantaggio accumulato, riesce a passare per primo al Gpm di terza categoria.
    Così Bennet, in lotta con Sagan per la maglia verde, si deve accontentare del 2° posto, spuntandola sul suo avversario, anche perché il compagno Morkov gli tira la volata e poi desiste.

    Finita la fuga, il gruppo procede compatto, poi si allunga a causa della sede stradale che si restringe, e infine dietro la spinta a oltre 50 orari dei treni che preparano la volata ai velocisti, si spezza, restando in testa gli uomini di classifica e i velocisti che mirano alla vittoria. Tra essi ancora Bennet e Sagan, ma è Caleb Ewan, quello con la maggior carica esplosiva, a spuntarla per pochi centimetri su Sagan , Bennet e Van Aert.
    Sagan è contento di avere sopravanzato Bennet, ma dura poco: viene declassato all’ultimo posto per avere danneggiato, con una gomitata, Van Aert, nello sprint finale.

    Caleb Ewan è alla sua seconda vittoria di tappa.
    Immutata la classifica generale con Roglic maglia gialla.
    Damiano Caruso resta al 16° posto a 3’42”
    Ritirato Formolo.

  17. 12a tappa, Chauvigny-Sarran (218 km), la tappa più lunga del Tour, con traguardo volante di Le Dorat dopo 51 chilometri, e poi quatto quattro strappi, la breve ma dura Côte de Saint-Martin-Terressus (1,5 km all’8,8%), la Côte d’Eybouleuf , entrambi di quarta categoria, la Côte de la Croix du Pey, di terza categoria, e la salita di Suc au May (3,8 km al 7,7%), di seconda categoria, a 26 chilometri dal traguardo, con gli ultimi cinque chilometi in leggera salita

    La tappa si movimenta dopo il cinquantesimo chilometro, tra salite e discese, si assiste a fughe e ricongiungimenti continui con distacchi minimi.
    Prima ci provano Asgreen ed Erviti, poi un terzetto composto da Soler, Benoot, Andersen. Inutile dire, tutti tentativi falliti.

    Dirigendosi verso il massiccio centrale, il Tour passa nei pressi di Oradur-sur-Glane il villaggio , ora museo all’aperto, dove il 10 June 1944, i nazisti perpetrarono uno degli eccidi più infami: 625 abitanti furono trucidati, donne e bambini compresi.

    Sull’ultima asperità il Suc au May, a 28 chilometri dall’arrivo, Soler sferra un attacco cui riponde Hirschi che poi lo stacca per involarsi da solo al traguardo.
    Finalmente il giovane 22enne svizzero vince la tappa (è il più giovane vincitore di tappa in un Tour), dopo averci provato con caparbietà altre due volte dall’inizio del Tour, alla seconda tappa (secondo, dopo Cosnefroy) e alla nona tappa (appannaggio di Pogacar, in cui si classifica terzo). Meritatissima la sua vittoria.

    Odine di arrivo:
    1° Hirschi, 2° Rolland a 48”, 3°Andersen
    Immutata la classifica generale con Roglic maglia gialla.

    Risposta
    non c’entra con la gara, volevo notare che la temutissima possibilità di contagi da Covid tra i ciclisti finora non c’è stata, per fortuna.

  18. Oggi tredicesima tappa, da Chatel-Guyon a Puy Mary Pas de Peyrol , di 191 km, Il Tour percorre le strade del Massicci Centrale con sette Gpm e arrivo in ripida salita, un totale di 4400 metri di dislivello da superare.
    E’ la terra dei vulcani spenti, il più famoso dei quali, il Puy-de-Dome, oggi non è compreso nel percorso, nel ’52, vide la vittoria di Fausto Coppi sull’olandese Nolten.

    Personalmente sono contrario agli arrivi in salita in cui gli uomini di classifica rimandano la sfida proprio all’ultima asperità, mentre si dà via libera alle fughe di uomini di più bassa classifica che si disputeranno la vittoria di tappa.

    Così è successo oggi, un manipolo di uomini in fuga, il gruppo con i migliori staccato di oltre dieci minuti, poi ridotti a sei.
    Dai fuggitivi si invola lo statunitense Powless, poi raggiunto dal tedesco Schachmann. che in seguito stacca il suo compagno di fuga a affronta da solo il Col de Neronne (3,8 km al 9,1% con abbuoni in vetta),
    Schachmann passa per primo al Gpm, e si lancia in discesa inseguito da Martinez e Kamna, sembra poter coronare la fuga con successo, ma negli ultimi due chilometri gli su para il “muro” con pendenze oltre il 10%: viene raggiunto e staccato dai due, poi rinviene, e in tre si disputano una “volata” sui generis, fianco a fianco, alla velocità minima di 10 km/h, incapaci di sprintare. Negli ultimi metri è Martinez che trova la forza di farlo, precedendo nell’ordine Kamna e Schachmann.

    Nel gruppo, a circa 6 minuti, gli uomini di classifica sotto la spinta di Pogacar e Roglic danno tutto per guadagnare o non perdere secondi preziosi.
    La spuntano nell’ordine la maglia gialla Roglic e Pogacar che mettono in fila gli altri aspiranti alla vittoria finale: Porte e Landa, a 13”, Lopez a 16”, Bernal il colombiano vincitore dello scorso anno, perde 38”, altrettanti Uran, Yates perde 40”, sembrano pochi, ma già danno la misura dei valori in campo.

    In classifica generale Roglic rafforza la sua posizione di leader:
    1°ROGLIC
    2°POGACAR a 44”
    3°BERNAL a 59”
    DAMIANO CARUSO rimane 16° a 07′ 02”

    Risposta
    Damiano Caruso dovrebbe vincere solo per il nome che ha, cosi facile da pronunciare e da ricordare mentre gli altri …immagino gli sforzi dei cronisti per imbroccare la pronuncia giusta…

  19. Mariagrazia, è vero, Damiano Caruso, è un nome scorrevole, facile da pronunciare e piacevole all’udito: 6 consonanti, 7 vocali.
    una bella differenza con:
    Sébastien Reichenbach, 12 consonanti, 8 vocali
    Jens Debusschere, 9 consonanti, 6 vocali
    Joris Nieuwenhuis, qui le vocali sono più delle consonanti, ma 5 vocali consecutive producono anch’esse un suono cacofonico.
    insomma un bello esercizio di logopedia.
    Allora, diamo un po’ di gloria a questi sconosciuti portatori di nomi impronunciabili, ce n’è quanto basta per rinunciare a fare il radiocronista
    Michael Kwiatkovski
    Gorka Izaguirre Insausti
    Roman Kreuzinger
    Jens Keukeleire
    Mathieu Burgaudeau
    Amud Grondahl Jansen
    Casper Phillip Pedersen

    e qui mi fermo, perché già scriverli è un tour de force.

    Risposta
    e che dire di Sachsmann che si pronuncia Saschmann, vorrei proprio sentirli i cronisti…

  20. Quattordicesima tappa, da Clermont-Ferrand a Lione di 194 km, cinque Gpm di categoria media bassa, di cui l’ultimo di quarta categoria posto sulla cote de la Croix-Rousse a 4,5 km dalll’arrivo.

    La città di partenza, Clermont-Ferrand, mi è cara, sorta su terreno vulcanico, quando mi ci recai per visitare il vulcano spento Puy-de-Dome, mi richiamò la mia Catania, non solo per il vulcano Etna, questo attivo, ma anche per la caratteristico pietra lavica, lo scuro basalto, su cui entrambe le città sono costruite e il cui materiale è usato per lastricare le strade e costruire muri ed edifici.

    La tappa non ha storia, il plotone si fraziona in due, un gruppo di testa di circa 90 uomini con gli uomini di classifica e Sagan che aspira a riprendersi la maglia verde dalle spalle di Bennet, e staccato di circa 12 minuti insieme con un gruppo minore di 56 corridori. Staccatissimo, oltre 16 minuti, il velocista Caleb Ewan con tutta la sia squadra.
    Poche emozioni, ali di folla numerosa in prossimità dei colli. Su uno di questi, si distingue un tifoso che precede gli uomini di testa esponendo quella parte del corpo “ove non è che luca”.

    Sull’ultima salita molti tentano la fuga di sorpresa, partono isolatamente, prima Benoot, poi Maduas, seguito da Camna, poi De Gendt, poi ancora Alaphilippe, quindi Hirschi, tutti ripresi, infine a 3,5 kn dal traguardo il gruppo è beffato da uno scatto di Andersen che guadagna 15” e arriva primo al traguardo. Sagan è solo quarto, guadagna punti su Bennet ma non lo spodesta della maglia verde.

    Classifica generale immutata con Roglic maglia gialla, mentre Caruso guadagna una posizione, adesso è 15°. Bravo Caruso, da gregario di Landa ti difendi da leone.

  21. Con la quindicesima tappa Lyon-Grand Colombier di 174,5 chilometri, si conclude la seconda settimana del Tour. Primi 75 chilometri di pianura, poi due Gpm di prima categoria, le Montée de la Selle de Fromentel, e il col de la Biche (6,9 km all’8,9%), poi il Gpm di horse categorie, la salita del Grand Colombier (17,4 km al 7,1%) dov’è posto l’arrivo.

    Siamo sulle strade dei monti del Giura, con ampie vallate e boscaglie, nei falsi piani spiccano i quadri coreografici ormai consueti, inquadrati dall’elicottero, uno di questi ci avvisa “Ici, c’est l’Ain”. Stesso avviso all’arrivo scritto su un grande pallone.

    La tappa è animanta dalla fugadi Gogl e Rolland, che verranno ripresi sulle rampe del Gran Colombier. Rolland, benché stremato, ha ancora l’animo di fare un gesto di simpatia, e saluta con la mano.
    Qui il gruppo sotto la spinta del team delle maglia gialla, la Jumbo-Visma, man mano si assottiglia, vittime illustri i due colombiani, Quintana e il vincitore de Tour dell’anno scorso Bernal, quest’ultimo in grave crisi.

    A 3 km dalla vetta, restano in 12 tra cui Roglic, Pogacar, Porte, Lopez, etc. C’è anche Damiano Caruso, poi cede anche lui ma contiene il distacco a 1’54”. I primi due della classifica generale si disputano la vittoria in volata, la spunta Pogacar che rosicchia a Roglic i 5” di abbuono. E’ la seconda vittoria di tappa di Pogacar.

    Manca però, in questo Tour, l’uomo solo al comando, vince chi resiste di più, ma non c’è lo scatto che distanzia l’avversario delle imprese epiche di un tempo.

    Domani riposo, poi si affronteranno le Alpi. La rosa degli aspiranti alla vittoria finale si è molto ristretta: la maglia gialla Roglic e Pogacar sono divisi appena di 40”, seguono altri cinque corridori, nell’ordine Uran, Lopez, Yates, Porte, Landa, quest’ultimo a 2’16”, tutti potenzialmente possibili vincitori.
    La tappa di oggi ha però indicato nei due sloveni, Roglic e Pogacar, coloro che probabilmente si contenderanno il primato a Parigi, dei due. il più giovane Pogacar, sembra il più fresco e incisivo, ma Roglic può contare sull’aiuto di una squadra formidabile, la Jumbo-Visma, forte di uomini come Dumoulin, Kuss, Van Aert.
    Tagliati fuori i due colombiani, Quintana e Bernal.
    Damiano Caruso sale in classifica di un posto, 14° a 9’02”, meglio di Carapaz (16° a ben 32’55”), vincitore del Giro d’Italia dell’anno scorso.

    Risposta
    beh, penso che l’italiano possa dirsi contento di essere in quella posizione con cosi tanti assi del manubrio.

  22. Dopo le prime 15 tappe, ecco un riepilogo dei vincitori di tappa de delle classifiche:

    2 Vittorie: Ewan, Van Aert e Pogacar
    1 vittoria: Kristoff, Alaphilippe, Roglic, Lutsenco, Peters, Bennet, Hirschi, Martinez, Amdersen
    Di questi. solo Rogiic e Pogacar sono uomini di classifica, attualmente primo e secondo.

    Le classifiche:
    Class. generale: 1) Roglic (Jumbo-Visma) in 65h37’07” (Maglia gialla)
    2) Pogacar (UAE Emirares) +40”
    3) Uran (EF1) +1’34”

    Class.velocisti: : 1) Bennet (Deceuninck Quick Step) p.269 (Maglia verde)
    2) Sagan (Bora Hansgrohe) p.224
    3) Trentin (CCC) p.189

    Class. scalatori: 1) Cosnefroy (AG2R La mondiale) p.36 (maglia a pois)
    2) Pogacar (UAE Emirates)
    3) Roglic (Jumbo-Visma

    Class.giovani 1) Pogacar (UAE Emirates) (Maglia bianca)
    2) Mas (Movistar) a 2’35”
    3) Bernal (Ineos Granedier) a 7’45”

    Un solo italiano, Trentin, figura terzo nella classifica dei velocisti.

  23. Inizia l’ultima settimana del Tour, si affrontano le Alpi con tre tappe di massima difficoltà, segue una tappa per velocisti, e poi l’unica tappa a cronometro del Tour, che potrebbe modificare il verdetto delle montagne. Infine l’ultimo traguardo ambitissimo di Parigi, in genere appannaggio dei velocisti,

    La tappa di oggi, sedicesima, La Tur du Pin-Villard de l’Ans, di 164 chilometri,
    presenta cinque Gpm, la Cote de Vrieu (4° cat.), il Col de Porte (2° cat.), la Cote de Revel (2° cat.), e infine, a 20,5 km dal traguardo, il colle Montée de Saint Nizier du Muocherotte (1° cat.) di 11 chilometri al 6.5%, dopo il quale, leggera discesa e ultimi 2,2 km di “Muro” fino al traguardo.

    Dopo vari tentativi falliti di innescare una fuga, finalmente ci riescono in diciotto: Amador, Carapaz , Kämna, Oss , Alafaphilippe , Reichenbach, Bettiol , Anacona, Barguil, Erviti, Verona, Trentin , Jensen , Roche, Benoot , Pedersen, Pacher e Rolland cui successivamente si aggiungono, Sicard, Sivakov e Nieve,

    Visto che nessuno di essi ha più interessi di classifica generale, non verranno più ripresi mentre il gruppo rimane staccato, al traguardo saranno più di 16 minuti.
    Dal gruppo dei fuggitivi prova ad andar via Pacher, poi Alaphilippe, infine Carapaz, che si trascina Richenbach e Kamna.
    Sulle rampe del Montée di Swint Nizier, è il tedesco Kamna che di forza stacca gli altri due, si avvantaggia in discesa e resiste sul “muro” degli ultimi due chilometri vincendo per distacco. Secondo è Carapaz, il vincitore del Giro d’Italia del 2019, terzo è Richenbach. Alla spicciolata arrivano i superstiti del gruppo fuggitivi, dopo più di 16 minuti, sul muro, Lopez precede Pogacar, Roglic, Landa etc.

    Classifica generale immutata nelle prime posizioni, con Roglic maglia gialla tallonato da Pogacar a 40”. Damiano Caruso sale ancora di un posto, adesso è 13°, ad maiora!

    Infine qualche nota di colore: il gruppo compatto di maglie multicolori, ripreso dal teleobiettivo, stretto tra gli alberi d’alto fusto, da un lato, e da una schiera di bambini composti e distanziati come alberelli, dall’altro lato,
    Gli innumerevoli Chateaux isolati e le immancabili église svettanti nei piccoli paesi di montagna, e la magnifica Rocher des trois pucelles, all’arrivo, coronata in cima dalle sagome di arditi arrampicatori.

    Risposta
    arditi quanto i ciclisti o di più?

  24. Non è bastata la presenza del Presidente Macron, che ha seguito le ultime fasi delle tappa su fiammante auto rossa, per dare al tappone alpino la fiammata che la rendesse memorabile.
    la Grenoble-Meribel col de la Loze(170 km) con due Gpm HC, Col de la Madeleine (2000m, 17,1 km all’8,4%) e Col de la Loze (2304m, salita di 21,5 km al 7,8%, con “muro” finale, s’è risolta con una deludente marcia del gruppo “rullo compressore” che inghiotte tutte le fughe e via via si sgretola per sfinimento, lasciando la vittoria all’ultimo scatto vincente, sull’ultima pendenza, dell’ultimo corridore a cedere.
    Non, parte Bernal, il vincitore del Tour dell’anno scorso, favorito d’obbligo, vittima illustre, stroncato dalla fatica e demoralizzato per il grave ritardo accumulato in questa ultime tappe.
    Sono in quattro i fuggitivi che affrontano il Col de la Madaleine, con 1’24” di vantaggio sul gruppo, Carapaz, Alaphilippe, Martin e Izaguirre Insausti che si piazzano nell’ordine al Gpm.
    Poi sulle rampe del terribile col de Loze, cede prima Martin, poi Alaphilippe, risucchiati dal gruppo, mentre Carapaz si produce in uno sforzo sovrumano per non farsi raggiungere.
    Speranza vana, il gruppo tirato allo stremo dalla squadra di Landa, tra cui il generoso Caruso, lo riprende a 3 km dall’arrivo, quando comincia la sfida tra i “grandi”. Ma Landa, di cui tutti si aspettavano lo scatto vincente, è invece tra i primi a cedere, altra vittima è Uran.
    Negli ultimi due chilometri ripidissimi, la sfida tra Roglic e Pogacar si risolve a favore del colombiano Lopez, terzo incomodo, che arriva vittorioso al traguardo infliggendo 15” di distacco a Roglic e 30” a Pogacar. Damiano Caruso che ha “tirato” fino all’ultimo il capitano Landa, è tredicesimo a 3’30”.
    Roglic rafforza, sia pure di poco, la sua prima posizione sul rivale più temibile, il connazionale Pogacar, mentre Uran perde la terza posizione conquistata da Lopez. Caruso avanza ancora, adesso è 12° ed è stata confermata la sua presenza ai prossimi mondiali su strada che si svolgeranno a Varese.
    Nonostante la ripresa dei contagi, notevole le presenza dei tifosi in prossimità dei Gpm, al traguardo e nell’attraversamento delle cittadine, quasi tutti con mascherina, molti indossano la maglia a pois.
    Grandiose vallate con lo sfondo dell’arco alpino, una di queste , la vallée de la Tarentaise, begli scorci del Massif de la Valois, del castello, Manoir Daigueblanche e del fiume Isère che scorre in senso inverso ai corridori che scalano. Si passa da Méribel, località sciistica tristemente fatale a Michael Schumacher.
    Domani ultima tappa alpina, ultima possibilità per gli scalatori che hanno ancora forza nelle gambe, di cambiare qualcosa in classifica generale, e ultima sfida per la conquista della maglia a pois, contesa tra Pogacar e Cosnefroy.

  25. Non è una novità che due ciclisti, compagni di fuga, giunti al traguardo si accordino di non disputare la volata, ricordo la Cannes-Brianson, nel 1949 in cui Bartali e Coppi sbaragliarono il campo avversario, e poi al traguardo non ci fu disputa, vinse il “Vecio” che compiva 35 anni.
    Così altre volte, cosi oggi Carapaz e Kwiatkowskky, ma ciò è bastato perché il telecronista definisse “storico” il gesto.

    I due corridori della Ineos Grenadier, dopo una lunga fuga, hanno tagliato il traguardo felici e abbracciati, lasciando al caso la decisione di assegnare la vittoria. C’è voluto il fotofinish, per stabilire che Kwiatkowskky aveva sopravanzato di pochi centimetri il compagno. Ma Carapaz può essere soddisfatto di aver conquistato la maglia a Pois, togliendola a Pogacar che l’aveva appena indossata dopo la tappa di ieri.

    E’ questo l’episodio più importante di questa diciottesima tappa la Meribel-La Roche sur Foron di 175 chilometri e ben 5 Gpm, tra i quali il più temibile il Montée du plateau des Glières (Cat.HC, 6,0 km al 11,2%).
    Gli uomini di classifica sono rimasti sotto stretto reciproco controllo, ormai l’ultima parola sembra demandata alle tappa a cronometro di dopodomani, ma la vittoria di Roglic sembra sempre più scontata.

    Da notare, la magnifica prova di Caruso –ora 11° in classiche generale- che ha preparato il campo per un’affondo di Landa, ma inutilmente (rivelatosi quello del suo capitano un fuoco di paglia) e la mezz’ora di ritardo della maglia verde, Bennet, risparmiatosi forse per la tappa di domani, adatta ai velocisti.

    Altro da segnalare? Un grande schieramento di militari in divisa impeccabile a bordo strada, una bella iscrizione gigante “Vivre libre ou mourir” inquadrata dall’elicottero, lo scenario delle Alpi sempre stupefacente, il fitto pubblico plaudente a sfidare coronavirus, tra i quali il già noto Diavolo in rosso, e un tifoso in costume adamitico all’inseguimento vano dei ciclisti. Ognuno esprime a modo sui il suo entusiasmo.

    Risposta

    in costume adamitico? Me lo sono perso, certo che l’entusiasmo fa fare tante cose ma forse un po’ di narcisistica follia?

  26. Ininfluente, ai fini della classifica generale la 19a tappa, Bourg en Bresse-Champagnole (160 km), forse si deva a questo il ritardo del commento.
    Ci si aspettava la vittoria di un velocista, in particolare una resa dei conti tra i due contendenti alla maglia verde, Bennet e Sagan, invece è stato un finisseur, il danese Krugh Andersen, a sorprendere il gruppetto dei fuggitivi, a pochi chilometri dal traguardo, e vincere per distacco la tappa.

    Approfitto degli scarni spunti di cronaca per dire invece qualcosa sui telecronisti e le riprese televisive. Perfette queste, nelle inquadrature a campo lungo, nei primi piani, nei dettagli, unico appunto la celerità con cui fanno sparire dallo schermo certe informazioni: c’è un gruppetto di fuggitivi? Compaiono nomi, numero di corsa, appartenenza al team, nazionalità, insomma informazioni complete, ma c’è il tempo di leggerle e decifrarle, pochi istanti, e chi s’è visto s’è visto; così per il nome di un castello, o di una località, così per quei quadri coreografici che tanta fatica sono costati a quei contadini che li hanno fatti con tanto amore. Che costerebbe inquadrarli qualche secondo in più?
    E poi quelle interruzione per gli spot pubblicitari nel bel mezzo del finale, quando di solito si dà fuoco alle micce, oppure per illustrare la tappa dell’indomani: ma, cribbio, ogni cosa nel suo giusto tempo!

    Ma veniamo ai telecronisti, preparatissimi, non c’è che dire, scaricano mille informazioni senza una pausa, come se tenessero bene in mente il motto “chi si ferma è perduto!”.
    Ma l’impressione è che sia tutto un discorso tra loro, non parlano per chi li ascolta, li escludono, discutono come fossero isolati in un salotto, se la raccontano l’uno con l’altro, si disinteressano di quanto scorre sullo schermo, non c’è sintonia tra ciò che dicono e ciò che si vede. C’è uno scatto improvviso? Loro parlano di Napoleone, oppure raccontano, come rivelassero un segreto, qualche aneddoto banale legato non si sa bene a chi o a che cosa.

    Poi all’arrivo è già molto che venga pronunciato il nome del vincitore, gli altri sembra non contino più nulla, anche le immagini si fermano allo sprint, ripetuto dall’alto, dal basso, di dietro, e davanti, gli sconfitti sono sconfitti anche nelle immagini.

    Sembra che li colga una gran fretta di cedere il microfono allo Studio dove in quattro, tra giornalisti ed esperti, commentano quanto accaduto, come non fosse stato sufficiente il servizio televisivo appena appena terminato.

    Risposta
    beh…immagino che siano ben pagati e che dovrebbero fornire qualche giustificazione di questo comportamento ma, forse, appartengono a una categoria di intoccabili dei i quali è difficile trovare da ridire.

  27. Clamoroso cambio di maglia gialla dopo la cronometro Lure-La Planche des belles filles, il non ancora ventiduenne sloveno Pogacar (li compirà tra qualche giorno), vince la tappa e infligge al connazionale Roglic un distacco di 1’56”, quanto basta per strappargli dalle spalle la maglia del primato. Pogacar oltre la maglia gialla ne conquista altre due, quella a pois del miglior scalatore e quella bianca del miglior giovane.
    Pogacar merita la maglia gialla, anche perché ha corso sempre attaccando, mentre Roglic ha corso quasi sempre difendendosi.
    Damiano Caruso con una magnifica prova si classifica 7°, ed entra tra i top ten del Tour, scalzando dal decimo posto Alejardo Valverde.
    Cronometro dura, di 36 chilometri, con un primo tratto in piano e una salita finale con forti pendenze.
    Per questa prova, sono ammessi alcuni accorgimenti speciali, ossia:
    ruota posteriore lenticolare per annullare i vortici prodotti dalle ruote classiche a raggi, riducendo quindi la resistenza dell’aria; cerchione delle ruota anteriore ad alto profilo, per rendere più stabile la bicicletta, evitando perdite di potenza; manubrio con impugnatura particolare rialzata per il tratto più veloce, e impugnatura bassa per il tratto in salita; casco aerodinamico e abbigliamento che riduce al minimo la resistenza dell’aria; perfino la borraccia è studiata appositamente per l’aerodinamicità. Naturalmente i pesi superflui sono eliminati, ed è ammesso anche il cambio di biciclette “al volo”, da quella adatta alla pianura a quella più leggera adatta alla salita.
    Partecipazione del pubblico degna di altri tempi, nutritissima lungo tutto il percorso, e soprattutto nell’ultimo tratto in salita, dove i corridori trovavano a stento il corridoio per passare. Gente accalcata contro le transenne, nei centri abitati, o distribuita ai bordi della strada, quasi tutti in mascherina, chi ritto in piedi, chi comodamente seduto sul seggiolino, alcuni accovacciati, altri sdraiati per terra a pancia su e macchina fotografica a cogliere inquadrature particolari, tutti urlano e applaudono, tra camper e auto posteggiate, e biciclette riverse nella scarpata, i giovani saltellano per la gioia, molti scattano foto preferendo guardare i corridori nel piccolo schermo dei tablet piuttosto che dal vivo.
    I corridori partono a distanza di 2 minuti tra loro, in ordine inverso alla posizione di classifica, Cavagna segna il miglior tempo per molto tempo, poi lo cede la prima posizione a Dumoulin, ma non è finita, anche lui dovrà cederla.
    Alla fine partono i migliori, tra essi Caruso che si classificherà settimo, ecco infine la sfida che tutti aspettano, Pogacar contro Roglic. Lo schermo li inquadra insieme, uno a destra, l’altro a sinistra, la pedala del più giovane sembra più fluida, ma nessuno si aspetta che possa recuperare lo svantaggio di 59” che lo separa da Roglic. Invece comincia a rosicchiargli secondi, poi decine di secondi, poi mezzo minuto, infine recupera tutto e passa in vantaggio.
    La salita finale è dura (20%), lo sforza terribile, si legge nel loro viso, poi finalmente Pogacar arriva e aspetta l’arrivo dell’avversario, finché esplode la gioia, Roglic ancora non si vede, la maglia gialla è sua!
    Roglic arriva vinto e stremato, si accascia a terra, accenna ad un moto di pianto, non crede che quel ragazzo gli abbia potuto soffiare la vittoria al Tour.
    Domani ultima tappa, si arriva a Parigi, è successo una o due volte che all’ultima tappa qualcuno riesca ancora a conquistare il primato. Al 99,99% , les jeux sont faits.

    Risposta
    complimenti per queste “telecronache” appassionate che riescono a rendere interessante anche una gara che coinvolge gli atleti italiani solo marginalmente.

  28. Come da tradizione il Tour s’è concluso a Parigi, l’ambito traguardo ai Champi Elisi è stato appannaggio del velocista più forte, la maglia verde Sam Bennett che ha battuto in volata Pedersen, e Peter Sagan, il grande sconfitto , già vincitore in passato di bene otto classifiche dei velocisti
    Ma la maglia più prestigiosa, quella che è riservata ai grandi campioni, è stata conquistata di forza da Tadej Pogacar, sloveno non ancora ventiduenne, che ha sovvertito tutti i pronostici, affermandosi anche in tre tappe e conquistando la maglia a pois del miglior scalatore e quelle bianca del miglio giovane. Nessuno aveva mai fatto tanto.
    Per noi italiani, qualche delusione, ma anche la soddisfazione che Damiano Caruso, pur sacrificandosi per il suo capitano, è entrato tra i Top Ten della classifica generale.
    Pogacar ricorda il campionissimo Fausto Coppi che appena ventenne vinse il suo primo Giro d’Italia: entrambi fortissimi scalatori e altrettanto forti come passisti e specialisti del cronometro.

    La ventunesima e ultima tappa, Mantes la Jolie-Parigi/Champs Elysèes (122 km), si svolge come da canovaccio: prima parte percorsa a velocità meno che turistica, dedicata a festeggiamenti e brindisi, seconda parte su circuito cittadino con un manipolo di fuggitivi che pedalano a tutta velocità, risucchiati alla fine dal gruppo compatto, e sprint finale ai Campi Elisi con lo sfondo dell’Arco di Trionfo.

    Parigi ha onorato il tour non solo esibendo i suo monumenti storici -il Louvre, Notre Dame (purtoppo ancora ferita dall’incendio di qualche tempo fa), l’Opera, il moderno quartiere delle Defense, i giardini delle Toulleries, Place de la Concorde con l’obelisco egiziano, e su tutti svettante la Tour Eiffel- ma anche con la partecipazione appassionata della gente.

    Bene, il Tour è finito, ci ha fatto compagnia per un breve lasso di tempo dandoci interesse ed emozioni, non mi resta che ringraziare di cuore Mariagrazia che ha pubblicato le mie impressioni, e già rimane nel cuore la nostalgia delle cose perdute. Sappiamo che lui –il Tour-si rinnova, siamo noi a passare.

    Risposta
    grazie a te Alessandro, per questo bel lavoro che hai fatto ogni giorno, si questo è passato e lascia quella sensazione del tempo che passa in fretta, ma domani verrà rimpiazzata da altri avvenimenti,questa è la vita. Grazie ancora per questo impegno quotidiano e la passione che hai messo nella descrizione minuziosa e pittoresca di una manifestazione cosi seguita e amata.
    E complimenti, naturalmente anche al vincitore e a quanti si sono impegnati cosi tanto per raggiungere risultati importanti.

  29. Ho dimenticato la classifica finale. Dopo tanta fatica, meriterebbero di essere ricordati tutti, ma mi limito ai Top Ten:

    1. Tadej Pogacar (UAE Emirates) 87h20’05”
    2. Primoz Roglic (Jumbo Visma) +59”
    3. Richie Porte (Trek Segafredo) +3’30”
    4. Mikel Landa (Bahrain McLaren) +5’58”
    5. Enric Mas (Movistar) +6’07”
    6. Miguel Ángel López (Astana) +6’47”
    7. Tom Dumoulin (Jumbo Visma) +7’48”
    8. Rigoberto Uran (Education First) +8’02”
    9. Adam Yates (Mitchelton Scott) +9’25”
    10. Damiano Caruso (Bahrain McLaren9 +14’03’

    Ultima nota positiva, per noi italiani, è il telaio delle bicicletta vincente di Ernesto Colnago.

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