E’ colpa del rap

Neppure la mamma dei cretini rimane più tanto incinta. Ed è tutto dire.  Dice che poi se la prendono tutti con lei, che roba è?

E poi ce ne sono fin troppi in giro e ha deciso di darsi una calmata e di restare incinta si, ma moderatamente. Con discrezione.

La foto dell’Italia futura nero su bianco o bianco su nero, che fa l’Istat, non è confortante. Siamo in decadenza, decadiamo non facciamo più figli e invecchiamo. Aumenta la speranza di vita. Ma non la speranza nella vita.

E i giovani che non lavorano e hanno perso le speranze di trovare un posto  decente, cominciano ad avere i capelli bianchi a trentanni. Fateci caso, persino Mattia Santori,ha qualche filo grigio nella fluente chioma, ma come leader delle sardine ci sta. Le migliori sono grigio argentato…metallizzato.

Crolla il Pil e crolla anche la natalità. Ovviamente, quando si ha paura del futuro non si mettono al mondo figli e chi non guadagna non compra.

E non è sbagliato. E’ un’autodifesa della specie (esistente) che non vuole soccombere sotto il peso della responsabilità di aver messo al mondo un “povero”. destinato ad arrabattarsi per vivere e magari persino darsi all’accattonaggio.

Meglio distrarsi coi rave o gli sballi o le serate o mattinate in discoteca, fin che si può. E fin che ci pensa la “borsetta di mammà”. Fin che ce n’è…come canta Ligabue.

E fin che c’è la pensione dei genitori si campa e quando loro smettono di campare…si fanno carte false per farli resuscitare.

Abbiamo dato in mano il governo del paese ad un pugno di politici inconsistenti (con le debite eccezioni) dallo sguardo vacuo e troppo se medesimi miranti ed ora ne paghiamo le conseguenze.

La politica italiana è in decadenza da decenni e questi sono i risultati. Anzi direi che se non ci mettiamo presto una pezza (non dico il colore) va verso la fatiscenza.

Mi piace Tosca (la cantante) che da Floris ha detto che le sardine fanno una “rivoluzione gentile”.

Bella definizione. Abbiamo bisogno di gentilezza. Ma non quella fasulla del “grazie, prego, scusi, come è caro lei”…no, ma quella che viene dall’anima o dal cuore e non da altri organi più o meno vili.

Mentre di gentilezza in giro, ormai, se ne vede davvero poca. Si vede di più il mors tua vita mea. Quella si vede e tanto.

La globalizzazione, il libero mercato, la flessibilità…. Eccoli i risultati. Li vediamo tutti i risultati: un paese incattivito, non dico cattivo ma incattivito si.

Razzista un pochino, senza volerlo ammettere. E lasciamo stare gli altri  “ismi” che non voglio neppure nominare, eppure qui e là emergono, si fanno sentire, lanciano il sasso e nascondono la mano.

E se la prendono sempre e comunque con lei: la madre dei cretini. Che ora ha detto …”.ebbassta…fateveli da soli, signori. Io ho pensato di fare una cosa di nicchia, di sinistra progressista e non qualunquista e perciò…mi astengo.  Ne ho già messi al mondo fin troppi e non hanno voglia di lavorare, sono fannulloni perdigiorno  modaioli tatuati e spesso persino un po’ drogati, soprattutto di sonno perché non pensano che al Rap e non vogliono neppure più nemmeno fare lo sforzo di andare a votare…per colpa del rap”.

Ecco si, è tutta colpa del Rap.

 

4 commenti su “E’ colpa del rap”

  1. Celentano suddivise il mondo in coloro che erano “rock” e in coloro che non lo erano: per esempio lui era rock, Vespa non lo era.
    Adesso il mondo lo suddiveremo in chi è “rap” e chi invece non lo è, potremmo dire “strap”: per esempio Salvini è rap, Conte è strap, Renzi è rap, Zingaretti è strap.
    E a proposito di aggiornamenti, non diremo più che è tutta colpa del bajon, ma del rap.
    In quanto alla madre dei cretini, è vero, s’è un po’ stancata, da ciò il calo demograficio lamentato dall’Istat.
    Ma tranquilli, presto ricominceremo a crescere, sembra che la madre dei presuntuosi sforni figli a ritmo bimestrale.

  2. E tra questi ultimi, se vogliamo essere onesti fino in fondo, ci dobbiamo contare anche noi tre …. (smile)

    Risposta
    ci sto allo smile…ma a votare ci sono sempre andata e non sono modaiola…almeno credo.

  3. cara Maria Grazie, occorre fare alcune precisazioni.
    Noi ( noi in senso lato , mia moglie ed io siamo stati fortunati ) abbiamo allevato i nostri figli inculcando loro delle aspettative molto alte, più alte di quello che il nostro Paese avrebbe potuto sopportare e soprattutto più alte di quelle che noi genitori avevamo ottenuto ( amore di genitori ).
    Ora molti di questi giovani non sono disposti ad accettare posti di lavoro che una generazione fa ( i cinquantenni di oggi per intenderci ) accettava.
    Le dico queste cose per esperienza , sia personale, ero direttore amm.vo di un gruppo ed avevo 28 collaboratori ( quasi tutte ragazze, perchè sontengo da sempre che con le donne si lavora meglio, hanno una sensibilità ed una capacità di adattamento superiore ) .
    Ma soprattutto lo dico per esperienza di mia moglie Direttore Risorse Umane di una società con 800 dipendenti e tre stabilimenti ( capace, ma anche umana all’inverosimile ).
    Nella società nella quale lavorava mia moglie, fra l’altro, i lavori erano di una pulizia unica e quasi tuta la produzione era computerizzata ( facevano mobili d’ufficio di alta gamma )
    Avrei tanti aneddotti , ma non è questa la sede e sembrerebbero pettegolezzi.
    Nel passato esisteva la figura, ad esempio, dell’operaio specializzato che usciva con diploma, non laurea, da delle signori scuole anche molto difficili, questa figura pur essendo inquadrata operaio prendeva stipendi elevati.
    Provi Lei ora a proporre dei posti da operaio, salvo eccezioni che non sto a raccontarle, vengono costantemente rifiutati.
    Allora si assumono extracomunitari che fra l’altro si rivelano anche molto bravi.
    Fortunatamente si sta notando, ma faticosamente, una ripresa di questa scuole, a Bologna la mia citta sta prendendo nuovamente piede l’iscrizione all’ ITIS, all’IPSIA Fioravanti e alle Aldini Valeriani, queste ultima erano le più toste , anni fa, non so ora. Posso dirLe che le aziende vanno a precettare i loro studenti ancora al IV anno.
    Per un lungo periodo si sono scelte facoltà anche inadatte ad inserirsi nel mondo del lavoro, bene seguire le proprie ispirazioni , ma un po’ di concretezza occorre.
    Chiudo con un solo unico anneddoto perchè carino e capitato a me.
    Quando ancora ero dentro a Facebook parlavo con un ragazzo molto evoluto che faceva il commesso in una paninoteca e aveva qualche problema per sposarsi perchè gli stipendi non erano il massimo.
    Quando gli chiesi il titolo di studio mi disse laurea in lettere e filosofia.
    Brava quaglia ! ( io lo uso spesso come complimento , ho un’amica orgogliosa di essere una delle mia quaglie ) dove vorresti andare con questo titolo ?
    risposta : da nessuna parte è per questo che mi sono iscritto a veterinaria !
    aveva compreso che occorre agire pragmaticamente in un mondo dove le vacche grasse sono in via estinzione.
    un cordiale saluto
    GP

    Risposta

    analisi lucida e piacevole. ha ragione su molti punti. le cose in Italia negli anni sono molto cambiate ma non darei la colpa agli ultmi arrivati, i giovani che “sbagliano” corso di laurea (ognuno deve potere seguire le proprie inclinazioni) o non vogliono, come lei dice, fare lavori manuali, le colpe di questa situazione sono altrove e sono tante-

  4. Io ho avuto un’esperienza parallela a quella del sig. Gian Paolo e di sua moglie.
    Ho anche una mia teoria per spiegare perché nessuno più vuole fare l’operaio.

    Qualche decennio fa il lavoratore non era orgoglioso o imbarazzato in base al nome del lavoro che svolgeva.
    Era orgoglioso se era bravo e apprezzato nel suo lavoro, qualunque fosse.
    Il lavoro manuale non era considerato l’eccezione, ma la regola, se si fa eccezione per i ruoli professionali come medico, ingegnere, avvocato ….

    Fare l’impiegato d’ufficio significava fare il segretario o il passacarte e non era motivo di particolare orgoglio.

    Nei decenni passati, specialmende dopo gli anni ’60, si è assistito ad una rivoluzione culturale, in gran parte voluta e prodotta dai sindacati, che erano diventati una delle istituzioni più potenti dello Stato.

    I sindacati, allora sostanzialmente di sinistra, teorizzavano la lotta di classe, che opponeva il povero operaio sfruttato al padrone egoista e prevaricatore.
    Si incitava all’odio e all’insubordinazione, e soprattutto si creava lo stereotipo del lavoratore manuale derelitto, schiavo della catena di montaggio, oppure esposto alle intemperie e a rischi di ogni genere.

    Se un giovane diceva ad una ragazza che faveva l’operaio era come chiederle di mettersi con un povero disgraziato.
    Molto più comodo dire che era “impiegato” (che letteralmente significa “dipendente” e non necessariamente lavoratore di ufficio), perché così si nascondeva dietro una sorta di anonimato.

    Da qui gli eufemismi per nascondere certi lavori manuali (spazzino o netturbino -> operatore ecologico; infermiere e portantino -> operatore sanitario; bidello -> ATA (=personale amministrativo, tecnico e ausiliario)).

    Ancora, i sindacati ci hanno messo un carico da 90 con i vari rinnovi del contratti di lavoro, chiedendo o accettando che anche un semplice impiegato d’ufficio guadagnasse più di un operaio o di un autista, contribuendo così a svilire il lavoro manuale.

    Una politica questa spregiudicata, in quanto il sindacato, che già aveva tantissimi iscritti tra gli operativi, voleva andare alla conquista del mercato quasi vergine degli impiegati di ufficio, ed era quindi disposto a privilegiarli per invogliarli a iscriversi.

    Per uscire da questa situazione e incoraggiare i giovani a scegliere specializzazioni in attività manuali, bisognerebbe invertire la rotta.

    1) Prevedere stipendi più alti per il personale operativo rispetto al personale che lavora negli uffici, ma non ricopre ruoli di responsabilità. Autisti di autobus, operai specializzati nelle fabbriche, muratori … dovrebbero guadagnare, come minimo contrattuale, più dei loro colleghi che passano le giornate davanti ad un computer.

    2) Prevedere anche per gli operai e per gli operativi in genere almeno tre livelli retributivi, in modo che si possa far carriera restando operativi, e soprattutto, prevedere aumenti di stipendio e premi una tantum.
    Provvedimenti questi visti da sempre con repulsione dai sindacati perché rivalutano il rapporto diretto tra lavoratore e datore di lavoro svalutando il loro ruolo di mediazione, e anche perché vanno contro il principio di egualitarismo e anonimato dei lavoratori.

    3) Abbandnare per sempre il modello della lotta di classe, che ha rovinato i rapporti di lavoro, e affermare il principio che lavoratore e datore di lavoro sono sulla stessa barca e devono remare insieme collaborando per mentenere l’azienda forte e competitiva e garantirsi il posto (funerale per il “non mi compete”).
    Risposta
    noto che lei ha un’avversione profonda nei riguardi dei sindacati. I sindacati possono aver fatto qualche errore me sono nati per salvaguardare i diritti dei lavoratori e per porsi come “corpi intermedi” tra questi e il padronato.
    Non mi dirà che per i lavoratori è sempre stato rose e fiori e non sono mai stati sfruttati?
    Ci sono operai che guadagnano di più degli impiegati e ci sono impiegati che non sono affatto dei semplici segretari o passacarte e passano la giornata davanti al computer. Ci sono operai e operai e impiegati e impiegati e ognuno con la propria dignità e una mansione più o meno impegnativa da compiere.
    Che molti giovani rifiutino i lavori pesanti (ma è una cosa tutta da dimostrare) potrebbe stare nel fatto che chi ha conseguito una laurea con grande fatica (lo studio costa molta fatica) non se la senta di passare la vita a fare un lavoro che prescinde completamente dalla propria prepaazione. Ed è anche per questo che molti giovani emigrano.
    Le politiche del lavoro degli ultimi governi hanno fatto prevalere la concorrenza del libero mercato e i lavoratori sono stati messi in condizioni da contare sempre di meno, sfruttati e usati e poi licenziati come se si trattasse di numeri e non di persone. Bisognerebbe ripartire dalla dignità dei lavoratori per riaffermare il diritto ad un lavoro che sia veramente tale e che rispetti le persone.
    Non dimentichiamo che l’articolo 1 della Costituzione recita: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro…”.

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